Il bisbiglio

Questo è un racconto Bonus per i miei lettori

Ecco subito un regalo per chi segue il mio viaggio di emozioni, di mistero e di storie vere.
Una piccola storia intensa per accompagnarvi in una notte dove nulla è davvero come sembra…
Tutto parte da una vicenda realmente accaduta, in un rincorrersi di realtà ed immaginazione.

Buona lettura!

© Mirko Francesconi. Racconto originale. Tutti i diritti riservati.

Girò la chiave della sua 500L e spense il motore.

Aprì lo sportello e scese dall’auto mentre i suoi polmoni si riempivano dell’aria umida estiva, che dopo aver alimentato una giornata di fuoco, ora imperterrita continuava ad impregnare anche la serata.

Rincasava dopo aver trascorso alcune ore in compagnia di Cristina, la sua amica di sempre, quella con cui ancora riuscivano a sopportarsi in maniera reciproca nonostante si fossero conosciute durante gli anni delle medie. Avevano cenato insieme al “Sushi Wok”, per poi decidere di rilassarsi davanti ad una birra fresca del “Mens Sana”, uno dei pub più frequentati della città.

Ad un certo punto però, tra vagonate di chiacchiere e pettegolezzi vari, per caso le erano caduti gli occhi sullo schermo del telefono e cogliendone l’ora era rimasta stupita di come il tempo fosse volato in fretta.

– Già l’una e quarantacinque… E domattina inizio presto! – aveva esclamato con una vena di delusione rivolgendosi alla Cri.

Non avrebbe voluto interrompere quel momento così piacevole.

– Uffa…è proprio ora di andare, dispiace anche a me – rispose lei – e c’è da dire che nonostante tu sia una fottuta stronzetta, le ore in tua compagnia filano via che è un piacere! –

– Ehi, bada a come parli vecchia bagascia! –

– “Vecchia” lo dici a tua sorella! –

E mentre si dirigevano alla cassa, passando tra i tavoli e gli sguardi dei ragazzi straniti dal frasario della conversazione insolita, scoppiarono a ridere.

– Dai amore, offrimi la bevuta, la prossima volta poi toccherà a me –

– Da bagascia ad “amore” è un attimo…! Comunque ci sto, così la prossima volta mi sparo anche un bel cheeseburger con patatine, visto che toccherà a te! –

– Lo vedi? Sei una bagascia! –

– E tu la solita stronzetta! Stronzetta e fottuta! – 

– Fottuta non direi proprio, almeno non stasera… –

Risero di nuovo abbracciandosi, prima di dirigersi alle rispettive auto, parcheggiate lungo le antiche mura della città.

Ora che era arrivata a casa, ancora rimuginava tra se: “è tardi cazzo, dovevo tornare prima! Domattina avrò l’aspetto di un cadavere ambulante…e per di più rincoglionito!”

Chiuse lo sportello e premette un pulsante sul telecomando del veicolo. Le quattro frecce si illuminarono ad intermittenza per un paio di volte e la serratura scattò.

Riluttante, guardandosi intorno, con pochi passi veloci superò l’apertura nella rete metallica che delimitava il parcheggio dalla zona abitata, poi camminò a culo stretto sul viottolo piastrellato che attraversava il cortile dei due palazzi condominiali gemelli.

Voleva percorrere il tragitto tra l’auto e la porta di casa nel minor tempo possibile.

A quell’ora tarda, la zona risultava ancor più fatiscente del solito. L’erba cresceva incolta e spontanea quasi ovunque e i pochi lampioni dai vetri opachi già da troppo tempo, illuminavano fiocamente le due costruzioni divorate dalla muffa che si ergevano grigie nell’oscurità.

Un rumore sinistro, indefinito, le fece partire un brivido freddo, ma non ci pensò più di tanto.

Si stava alzando una brezza sostenuta che le scompigliava i capelli e in quel momento notò che la notte sembrava incline a lasciar sfogare un temporale imminente. “Strano” pensò, “l’app del meteo non lo segnalava… Ma tanto non ci prende mai!”

Giunta di fronte all’entrata 999 svoltò a sinistra dirigendosi al portone d’ingresso alla base del condominio, ma prima di raggiungerlo dovette arrestarsi bruscamente per guardare in alto, verso il balcone del suo appartamento.

Le sembrava che ci fosse qualcosa di diverso dal solito.

“Mah…sarà che quando rientro la sera tardi sono sempre un po’ inquieta…” Intanto, nell’aria, si diffondevano i suoni aspri e striduli delle veneziane che ondeggiavano nel vento, producendo un suono lugubre e continuo che la logoravano nel profondo, fino a farle vibrare l’anima.

Erano parecchie infatti le famiglie di residenti che avevano pensato bene di farle installare all’esterno, sui finestroni dei terrazzi, con lo scopo di fare da schermo alla luce diurna, ma i risultati erano cigolii e lamenti dai toni tristi e dannati che lanciavano sussurri inquieti in tutte le notti perturbate.

Di giorno non si riusciva a coglierli, oppure si disperdevano nel brusio di fondo alimentato da un mix di oggetti, elettrodomestici e persone in attività, ma nelle notti, specie tempestose, quel rumore si insinuava fin dentro i timpani e faceva pensare alle unghie di una persona che graffiava l’interno della bara in cui era stata sigillata e poi sepolta viva.

Maria ora immaginava gli occhi spalancati di quella povera figura umana, in preda al delirio dato dalla consapevolezza di una fine atroce. La poteva vedere agitarsi sottoterra con lo sguardo perso nella follia, i bulbi languidi e spinti fuori dalle orbite, la bocca aperta allo spasimo per cercare aria fresca da infondere nei polmoni, i rantolii emessi da corde vocali tese al limite e le sue unghie che si spezzavano fino a sanguinare nel graffiare il legno a pochi millimetri dal viso.

Nessuno avrebbe potuto sentirla, forse solo un lamento indistinto e un suono disturbato, simile a quello delle tapparelle mosse dal vento, sarebbe giunto alle orecchie di qualcuno che non ci avrebbe fatto caso.

E lei, quella creatura occultata nelle viscere della terra, sarebbe trapassata in preda a un terrore puro, tra convulsioni incontrollate e crescenti fino a soffocare nei suoi rigurgiti, logorando nell’angoscia della solitudine più totale. Dimenticata da tutti.

“Dai, cosa vado a pensare?!” constatò, “tra pochi minuti sarò in casa e non c’è proprio bisogno di alcun tipo di autolesionismo… Sono solo i rumori delle veneziane!”

Frugò nella sua Borbonese alla ricerca delle chiavi e si accorse che la sua mano si muoveva frenetica. Il pensiero di poco prima l’aveva suggestionata al punto che ora aveva davvero bisogno di sentirsi al sicuro tra le mura del suo appartamento.

– Ma dove le ho messe?! – gridò stizzita e ad alta voce pentendosene subito.

In modo prepotente aveva squarciato il silenzio della notte e all’improvviso ogni secondo sembrava trascorrere più lento.

Alla luce fioca dei lampioni, vide le piante intorno a lei che sembravano allungare la propria ombra nel tentativo di ghermirla.

Poi le sue dita toccarono qualcosa di freddo e metallico.

“Trovate!”

Ma questa volta si guardò bene dal gridarlo.

Si fece scorrere le chiavi in una mano, ed afferrata quella giusta la inserì nella serratura facendola girare fino a che questa si aprì scattando.

Entrò.

C’era eco nell’antro e questo pareva perdersi in quell’infinito che non si vede, ma si è consapevoli che esiste, dove regna il mistero e alla mente non è concesso di entrare, dove ogni cosa può accadere priva di qualunque razionalità.

In preda ad un nervosismo crescente, Maria premette l’interruttore della luce delle scale e proprio in quel momento, le porte delle cantine lì attorno sembrarono aprirsi per liberare esseri informi e indistinti, pronti ad afferrarla per trascinarla nei meandri più ignoti.

Poteva arrivare a sentirne il respiro fetido e pesante avvicinarsi.

Ma era pura immaginazione.

Scacciò in fretta questo nuovo e assurdo pensiero, ma in ogni caso non si voltò a guardare in quella direzione. Sentendosi occhi malvagi puntati addosso si diresse subito verso le rampe di scale.

“Sciocca che sono, continuare a spaventarmi in questo modo!”

Salendo, raggiunse il primo piano e si fermò davanti al suo appartamento.

All’improvviso un nuovo ed assurdo terrore le lambì la mente: questa volta immaginò che dai piani superiori potesse corrergli incontro qualcuno o qualcosa. Un nonsoché di mostruoso carico di furia omicida che lanciandosi contro di lei l’avrebbe afferrata con lunghe braccia magre protese in avanti.

Si affrettò allora ad aprire la porta, entrò e se la richiuse immediatamente dietro le spalle. Poi vi si appoggiò con la schiena quasi a volervi imprimere una forza maggiore, in modo da creare un’ulteriore difficoltà all’ipotetica creatura della notte, intenta ad assalirla

Ma era chiaro che non ci fosse nessuna creatura della notte. Solo allora si accorse che era entrata al buio.

Accese la luce della sala e tirò un sospiro di sollievo, poi si accorse che anche qui qualcosa sembrava diverso dal solito, ma si convinse che erano ancora immaginazione e suggestioni a condizionare i suoi pensieri.

Finalmente si sentiva al sicuro anche se era conscia di dover passare la notte da sola.

Mirko e Noemi infatti avevano deciso di trascorrere qualche giorno in un campeggio sulle colline fuori città, lasciando la casa a sua completa disposizione.

“Che c’è da aver paura? Già da due notti dormo sola e questa non è diversa dalle altre” si disse.

Raggiunse quindi la camera da letto, appoggiò la borsa sul comò e cominciò a spogliarsi. Poi si recò in bagno e dopo essersi struccata si preparò per la notte. 

Notò che aveva finito l’acqua nella bottiglia che teneva in camera, quindi si diresse in cucina per riempirla, superò l’antibagno e in un attimo fu nell’ingresso accanto al divano. Rimase di ghiaccio.

La porta finestra della sala, quella che dava sul balcone, era aperta e da qui l’aria temporalesca esterna stava entrando liberamente facendo scuotere la tenda in maniera nervosa.

Chi poteva averla aperta? Un gran ribollìo di pensieri le girò per la testa, ma cercò di placarli convincendosi che con ogni probabilità l’aveva dimenticata aperta prima di uscire. Non riusciva proprio a ricordare, tuttavia non poteva che essere così.

“Certo che è così, stupida! Devi stare più attenta!” rimproverò a se stessa.

Di impulso si mosse in direzione della porta finestra, quindi la chiuse spingendola in avanti e girando la maniglia.

Fu allora che gli occhi le si spalancarono in preda all’orrore!

Il suo respiro si fece affannato mentre il cuore le martellava nel petto e le premeva contro le costole.

In quel preciso istante si rese conto di cosa aveva notato guardando in su, verso il balcone, quando era in cortile alcuni minuti prima. In un primo momento non era riuscita a mettere a fuoco quel particolare, forse a causa di tutti quei pensieri inquieti e fantasiosi a cui il suo cervello aveva deciso di dare la precedenza, ma ora era chiarissimo!

La luce esterna, la stessa che lasciava accesa tutte le sere sul terrazzo, era stata spenta e lei era sicura che nessuno che conoscesse poteva essere entrato in sua assenza per spegnerla.

E nemmeno per aprire la porta finestra…

Si girò per correre in camera a recuperare il cellulare dalla Borbonese, voleva chiamare Mirko, lo voleva lì, voleva che lui e Noemi tornassero a casa immediatamente, ma poi si rese conto di non sentirsi più al sicuro dentro l’appartamento.

Aveva fatto solo pochi passi quando questo pensiero la bloccò.

Cominciò a sudare freddo mentre un brivido di terrore autentico le raschiava le budella.

Era una sensazione viva, come se una grossa blatta le salisse dal pube, arrampicandosi oltre la pancia, tra i seni e lungo il collo, per poi insinuarsi nella bocca e scenderle in gola raggiungendo i visceri.

Quel luogo non era più sicuro, l’appartamento era diventato all’improvviso ostile. Poteva essere entrato qualcuno, poteva essersi nascosto nelle stanze da letto e magari la stava osservando da quando era rientrata.

Poteva essere un folle come nel film “Halloween”, con un coltello stretto in una mano ruvida pronto ad essere conficcato nella sua carne tenera, tra spruzzi di sangue e dolori lancinanti generati dai tessuti smembrati.

“Potrebbe essersi nascosto nella doccia!”

Il suo cervello non le lasciava tregua.

“Forse mi stava osservando anche prima, mentre mi struccavo, mentre facevo la pipì…ce l’avevo accanto che guardava la mia sagoma attraverso i vetri zigrinati…io pensavo fosse l’accappatoio di Mirko appeso dentro il box e invece…”

Stava per perdere il controllo.

“No Maria calmati. Calmati, calmati, calmati… Ragiona!”

Tornò sui suoi passi indecisa sul da farsi, per ora non aveva alcuna intenzione di muoversi da lì.

Trattenne il respiro per ascoltare ogni più piccolo rumore, ma quelli che percepiva erano prodotti dagli elettrodomestici o dalle tubature dell’acqua all’interno dei muri. Nient’altro.

Pensò che se era entrato qualcuno poteva già essere fuggito, ma poi scartò questa idea, ogni cosa dentro l’appartamento era esattamente come quando era uscita prima di cena, non era stato toccato niente, non poteva quindi essere entrato nessuno.

Tornò a farsi forza.

Ma allora tutte quelle coincidenze?

A meno che non fosse rincasata troppo presto…

E allora quel qualcuno forse si era nascosto lì dentro senza aver avuto il tempo di frugare ovunque.

E nemmeno quello per fuggire!!!

Era in trappola.

Doveva chiamare Mirko.

Oppure la Cri, “non è molto che ci siamo salutate, dovrei trovarla ancora sveglia! Ah, se solo avessi un telefono anche in sala!”

Prese coraggio.

Dopotutto aveva già girato liberamente per la casa poco prima, no?

Ebbene, decise che l’avrebbe fatto ancora, con naturalezza, senza lasciare insospettire un potenziale intruso. E con un po’ di fortuna sarebbe riuscita a prendere il cellulare, uscire all’aperto e telefonare.

“In fondo prima non mi è successo niente!”

Si diresse in camera sua e di Mirko cercando di inscenare la massima indifferenza e sperando di non trovarsi di fronte a situazioni inaspettate.

Aveva il cuore in gola.

Come in trance, col fiato corto, ripercorse a ritroso i pochi metri del tragitto fino alla camera da letto tenendo gli occhi fissi davanti a sé per non rischiare di vedere nulla di indesiderato.

Tutto filò liscio e una volta entrata chiuse dolcemente la porta.

“Se proprio me la vedo brutta salto giù dalla finestra, sono al primo piano e non è altissimo, al massimo mi spezzerò le gambe, ma meglio due gambe rotte che rimetterci la pelle!”

Ormai vaneggiava e se la raccontava.

In preda ad un tremore crescente guardò in tutti gli angoli della stanza e dovette constatare che non offriva molte possibilità di nascondigli. Quindi si violentò per guardare sotto il letto e dentro l’armadio, dietro ai vestiti.

Temeva che due braccia mostruose la cingessero all’improvviso per trascinarla via, chissà dove.

E invece niente, neppure lì.

In ogni caso non si sentiva sola. Nell’appartamento percepiva un’altra presenza, una presenza ostile satura di ferocia.

Finalmente si gettò sulla sua borsa per estrarne il cellulare.

“Avrei dovuto portarmelo dietro, razza di stupida!”

Dopo averlo recuperato entrò nella lista delle ultime chiamate.

La prima in vetta era Cristina, quindi la selezionò e premette il pulsante di chiamata.

Tim, messaggio di segreteria telefonica: la persona da lei chiamata potrebbe avere il telefono spento o non raggiungibile. La preghiamo di riprovare più tardi.

“Cazzo Cri!! Vecchia bagascia!”

“Fanculizzati stronzetta, è quello che ti meriti!”, per un brevissimo frangente immaginò la risposta di lei. La investì una passeggera ombra di ilarità, ma poi un suono fin troppo conosciuto la distolse immediatamente da quella distrazione positiva.

Beep

Sbiancò in volto. Il telefono si stava spegnendo.

Era rimasto all’1% di carica e il display reclamava nuova energia per funzionare.

“Mirko…devo provare con lui! Dai che forse ce la faccio, mi basterà gridargli – torna a casa subito!!! – e anche se poi il telefono si spegnerà capirà!”

Non vedeva l’ora di sentire la voce di suo marito, di sentirsi cullata e rincuorata da lui.

Lui e Noemi sarebbero arrivati a salvarla.

Selezionò il numero e di nuovo premette il pulsante di chiamata.

Questa volta però non arrivò neppure ad inoltrarla che lo schermo si spense definitivamente.

Batteria scarica. Telefono morto.

“Cazzo! Cazzo! Cazzo!”

Si guardò intorno confusa, in preda ad un’angoscia spietata.

Cercò il caricabatterie, ma non era dove lo teneva abitualmente.

Frugò in tutta la camera, ma niente.

“Dov’è…dov’è! Cazzo dov’è??!!…E’ stato lui…sta giocando con me…si sta divertendo a terrorizzarmi prima di entrare in scena in modo definitivo”

D’un tratto ebbe un’illuminazione: “il caricabatterie di Noemi! E’ compatibile!”.

Ma si rese conto che non avrebbe mai messo piede nell’unica stanza in cui non era ancora stata da quando era rincasata.

Quella presenza, chiunque fosse o qualunque cosa fosse poteva essere in agguato proprio lì.

“E poi è probabile che Noemi se lo sia portato al campeggio”

No, non era quella la soluzione al suo problema.

Certo, poteva gridare con tutte le sue forze… Ma poi, in un attimo l’essere misterioso avrebbe smesso di giocare e le sarebbe stato addosso per zittirla all’istante. Aveva forti remore a farlo.

Si sarebbe comportata così solo se il mostro si fosse palesato, solo se fosse già stata braccata rimanendo senza alternative. 

Decise allora di fuggire, di uscire di casa e correre fuori. Voleva sentirsi libera e non importava che indossasse solo mutandine e canotta, non voleva perdere tempo a rivestirsi.

“Un problema alla volta” si prefissò.

Con movimenti disordinati afferrò le chiavi della macchina e aprendo di scatto la porta della camera da letto si precipitò verso quella d’ingresso dell’appartamento.

Girò la maniglia.

Si aprì un piccolo spiraglio, ma proprio in quell’istante un tonfo sordo dall’altra parte, seguito da un movimento improvviso dell’uscio le fecero sobbalzare il cuore in gola, quindi richiuse immediatamente con forza.

Quell’essere era lì, dietro la porta.

Stava per scoppiare a piangere.

Stava perdendo ogni speranza e si sentiva una preda intrappolata da una caccia spietata.

Stordita dalle emozioni di diresse verso il balcone, ora sì, avrebbe chiamato qualcuno, lo avrebbe fatto gridando con tutte le sue forze, fino a che non le avrebbe fatto male la gola. L’avrebbero sicuramente sentita e chiunque ci fosse stato dietro la porta, non sarebbe riuscito ad intervenire all’istante per zittirla.

Quella situazione le faceva paura, era un terrore cieco che attraversando ogni cellula del suo corpo si stava trasformando in disperazione. Lo stadio successivo sarebbe stato perdere il controllo, ritrovarsi priva di ogni barlume di razionalità.

E si sa, nelle tragedie, coloro che perdono la ragione sono le prime vittime.

D’istinto pigiò l’interruttore per accendere la luce esterna sul terrazzo, ma con suo enorme stupore questa rimase spenta.

Provò e riprovò.

Niente.

In un attimo le fu chiaro il perché la luce sul balcone non fosse accesa al suo rientro a casa.

Nessuno l’aveva spenta, si era fulminata la lampadina.

E la porta finestra era rimasta aperta per una sua distrazione.

Non poteva e non doveva essere altrimenti.

Quindi non era entrato nessuno.

La sua mente tornava piano piano a schiarirsi e all’improvviso quasi si vergognò di se stessa.

Però…

Chi c’era allora dietro la porta d’ingresso?

Le arrivò una risposta immediata come se stesse sostenendo una conversazione mentale con se stessa.

L’aria del temporale.

Aprendo la porta si era creato un deciso scambio d’aria che l’aveva fatta sobbalzare. La suggestione aveva ingigantito la cosa facendo tutto il resto.

Si diresse verso l’ingresso, doveva sincerarsi che le cose fossero andate davvero così. 

Con un residuo di riluttanza spalancò decisa l’entrata andando incontro al suo destino. Accese quindi la luce che dava sulle scale facendo scattare il relè temporizzato.

Pianerottolo deserto. Non c’era nessuno.

Richiuse senza far rumore e andò a gettarsi sul divano respirando a pieni polmoni. Il sollievo si faceva strada raggiungendo ogni organo del suo corpo.

Poi guardando sul tavolino davanti a se vide il caricabatterie.

Nessuno l’aveva preso e nessuno aveva giocato sadicamente con lei.

“Se fossi stata ai tempi di Ulisse, questo nessuno per paradosso sarebbe stato qualcuno” scherzò con se stessa.

Era stata proprio lei ad appoggiarlo lì nel pomeriggio, ma la paura gliel’aveva fatto dimenticare e poco prima, presa dal panico, non l’aveva notato.

“Bisogna sempre mantenere la calma e ragionare, Mirko lo dice sempre”

A questo punto non l’avrebbe richiamato.

Avrebbe sentito lui e Noemi la mattina dopo, mentre la Cri, quella vecchia e adorabile bagascia, probabilmente sarebbe stata lei a richiamare una volta vista la notifica e l’ora in cui l’aveva ricevuta.

Rinfrancata si alzò quindi dal divano e si recò in cucina, riempì la bottiglia dell’acqua, poi fece un’ultima perlustrazione generale dell’appartamento, entrando anche in camera di Noemi. “Così, giusto per scrupolo”

Raggiunse la camera matrimoniale, accese l’abatjour con la cromoterapia e spense la luce, poi finalmente si rilassò sotto il lenzuolo.

In quell’istante, in lontananza sentì il fragore del primo tuono seguito dallo scrosciare della pioggia.

Il temporale l’aveva raggiunta.

Fu colta da una sensazione armoniosa di pace e calore, come quando alcune volte le si intorpidiva la testa, “sembra A.s.m.r.”, pensò, tutto ora appariva calmo, più bello di prima.

– Maria… –

Una specie bisbiglio indistinto parve essersi levato da un angolo indefinito della casa, ma lei non lo avvertì.

Si era già addormentata col sorriso sulle labbra.

© Mirko Francesconi

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