Una notte di primavera, l’acqua irrompe.
Scura, veloce, spietata.
Occorre una corsa contro il tempo, contro la paura, contro il buio, per salvare il salvabile.
Questo racconto vero e carico di tensione, nasce dalle ore drammatiche dell’alluvione che ha travolto la Romagna il 16 maggio 2023.
Un frammento di memoria vissuta che affonda nelle viscere dell’emozione umana.
Per non dimenticare.
Pubblicato nell’antologia “Faenza, tieni botta!” (Tempo al Libro), a sostegno delle vittime.
© Mirko Francesconi. Racconto originale. Tutti i diritti riservati.

Acqua dalle tenebre
Le ruote della Jeep sono ormai vortici impazziti che sfrecciano sull’asfalto viscido e a tratti consumato.
Percepisco la loro difficoltà ogni volta che scivolano via.
“Rallenta”
Sorvolo, non me ne curo, premo ancora sull’acceleratore.
Per istanti ripetuti, a ritmo regolare, i tergicristalli si illudono di ostacolare le gocce di pioggia che cade battente da troppo tempo.
Quel suono ipnotico annulla il mondo reale, lambisce la mente, che ossessiva continua a riavvolgere e a replicare la telefonata.
– Mirko arriva l’acqua! –
– Ma come? Dov’è? –
– E’ già nel parcheggio, arriva dal parco –
Vuoto.
– Non venire mica qui! –
– Arrivo subito invece! –
“Presto!”
Il cervello mi indica un tragitto che conosco da quasi quarant’anni.
Sembra che abbia paura che me lo dimentichi proprio ora.
“Ecco via Lacchini”
Vuoto, confusione, caos.
Agitazione.
Incroci di sguardi smarriti, uomini irrequieti, donne in infradito.
La vita di cui pullula la strada, mostra un lato beffardo che annulla le regole e accomuna tutti.
E nessuno evita le pozzanghere.
E’ una dimensione insolita, dove l’apprensione collabora con l’oppressione.
– Dai, gira a sinistra, sei arrivato –
Me lo dico da solo.
Cosa ci sarà dopo la curva?
Nero.
C’è solo buio che si mostra per ciò che è quasi a voler rammentare il motivo per cui si chiama così.
“Piano adesso”
I fanali della Jeep la illuminano improvvisamente.
L’acqua.
E’ già oltre la metà della via, non si prosegue.
Da ora regna l’istinto.
Via il cellulare, via il borsello, via le chiavi, via tutto ciò che può andare perso.
Ma non posso mettere via me stesso.
Apro lo sportello, scendo sull’asfalto bagnato che qui ancora non è allagato.
– Maria prendi il volante, gira la macchina, se arriva l’acqua vai via. Se non torno tra mezz’ora vai via –
– Babbo… –
– No Noemi, questa volta non puoi venire –
Trovo il tempo di abbracciarle entrambe in attimi smarriti.
E poi corro.
Corro verso l’ignoto che mi aspetta e sono dentro al mare nero.
Quel liquido scuro mi ghermisce nel suo abbraccio gelido, carico di maleodorante distruzione.
Sale alla caviglia.
Al ginocchio.
Alla coscia.
Alla vita.
La corrente forte mi trapassa minacciando di portarmi con sé.
Guardo a destra da dove proviene.
Intuisco il punto in cui l’argine ha ceduto.
Sento il fragore, là, dove una novella bocca di Cariddi vomita acqua dalle tenebre.
E su quelle tenebre incipienti, una volta oscura, carica di nubi biancastre, crea sinistri contrasti nel suo pianto incessante.
Acqua dalla terra, acqua dal cielo.
Il condominio dei miei genitori è proprio lì in quell’apocalisse, sulla discesa dove opera il mostro.
Scendo e l’acqua si alza.
E’ un gioco insidioso che devo accettare.
Fatico a muovermi, le suole delle scarpe si attaccano al fondo.
L’acqua è viscida ed è già al mio petto.
Nell’aria risuonano indistinte grida di aiuto.
Eco e disperazione.
La scena assume contorni irreali ed offuscati.
Ecco la finestra, ne scorgo il profilo.
– Babbo! Mamma! –
Nulla.
– Mamma! –
L’entrata del condominio è andata, non posso più portarli via.
“Rischiano di annegare”. La mia mente ancora mi parla.
Ora però ho freddo.
Tremo.
– Mamma! –
– Chi sei? Chi cerchi? – è Cristiana, la vicina.
– Sono Mirko! –
– Tua mamma è qui da noi, te la chiamo –
Qualche istante e lei si affaccia disperata. Piangendo.
– Mamma non posso portarvi via! –
– No, no, ora saliamo tutti al secondo piano –
– La vostra macchina dov’è? –
“Salvagli almeno quella, provaci cazzo!”
– E’ parcheggiata a metà della via –
– Buttami le chiavi! –
Rientra.
“Si ma…se non le afferro? Non si vede nulla!”
Vuoto.
Quanto ci mette?
– Mamma sbrigati! Mi annego! –
L’acqua ora mi sfiora il collo.
Mi vuole.
Percepisco il suo bacio macabro mentre dietro di me, come un naufrago rassegnato, un cassonetto dei rifiuti galleggia, allontanandosi senza meta.
– Mamma! –
– Sono qui! –
– Le chia… –
Scendono legate ad un cordoncino.
Che intuizione!
Riesco ad afferrarle perso in quell’irreale oscurità.
Ma ora via!
Il freddo mi inchioda le gambe, le sento rigide, mi fanno male e tremo sempre di più.
Cerco di fare passi che non mi riescono e allora vado a bracciate.
In frammenti di eternità sento l’acqua scendere.
Si, scende.
Vedo la macchina!
La raggiungo.
Qui la marea è sotto al ginocchio.
Premo il pulsante…
L’auto si apre!
Fradicio mi siedo sul sedile, inserisco la chiave e chiudo gli occhi.
Sto per girarla, di solito è un gesto normale, ma ora è solenne e trasuda di speranza.
La ruote sono ormai sotto, i tappetini sono fradici.
Ma va in moto.
“Via!”
Mi muovo alla deriva.
L’auto è un natante che a tratti galleggia e non è facile governarla.
Una gomma aderisce all’asfalto, poi si stacca, aderisce l’altra, si stacca.
E’ una sequenza altalenante in cui guadagno terreno.
Il motore regge.
L’impianto elettrico funziona.
L’acqua scende ancora.
Guido fuori dall’oceano oscuro.
Affianco la Jeep, che è più avanti di dove l’avevo lasciata.
I finestrini delle vetture scendono.
Scorgo il loro sollievo nel vedermi.
– La macchina è salva, la porto lontano di qui! –
– E dopo? –
– Tornerò – .
Puoi vivere gli istanti drammatici di questo racconto in altri due modi:
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