Un estratto da Quando le rondini sfioravano la strada, tra passione, scoperta e seduzione.
Una storia vera, intensa e senza alcun filtro che racconta il primo contatto di un amore impossibile che nasce in segreto, sboccia tra i tabù e lascia il segno… Sulla pelle.
© Mirko Francesconi. Racconto originale. Tutti i diritti riservati.

Verso marzo del ’92, per una passione crescente che mi stuzzicava da diversi mesi e che iniziai a portare avanti piano piano, cominciai a frequentare spessissimo un negozietto sito in una via appena fuori dal centro, che era gestito da due giovani coniugi, ma nel locale era quasi sempre presente solo lei, “Effe”, capelli lunghi e mossi da boccoli biondo scuri, occhi grigio/azzurri, seno non eccessivo ma di comprovato effetto, pelle facile all’abbronzatura e come ebbi ben presto modo di scoprire, perché appunto iniziai a frequentare il negozio quasi a primavera, piedi impeccabili, sempre smaltati e curatissimi.
Sapevo che aveva 32 anni, perché una delle prime volte che entrai nel negozio la sentii parlare con una cliente mentre si rivelavano le rispettive età.
Era davvero graziosa, ma essendo molto più “grande” di me (io avevo 17 anni) e nemmeno libera, la potevo considerare solo uno dei numerosi sogni erotici di allora.
E poi, dai, era davvero inarrivabile, era ridicolo anche solo prendere in considerazione l’ipotesi di un qualsiasi approccio con lei.
Ma in ogni caso diciamo che diventammo amici, come si può diventare amici con la propria negoziante di fiducia.
Questo successe quando era già da un paio di mesi che frequentavo regolarmente il suo negozio e anche se mi metteva ogni volta una certa soggezione, c’era ormai una confidenza crescente nel rivolgermi a lei chiamandola per nome e nel rimanere a parlare.
Inoltre avevo preso l’abitudine di andarci sempre di sabato mattina perché sapevo che il marito non c’era mai e a me piaceva l’idea di essere da solo in sua compagnia tra un cliente e l’altro.
Ogni volta che ero da lei, appena ne avevo occasione, la divoravo di nascosto con lo sguardo, fino a soffermarmi inevitabilmente sui piedi, che oltre ad essere curatissimi, valorizzava con scarpe sensualissime e provocanti.
E fu appunto una di queste volte, precisamente un sabato mattina di fine giugno, che se ne uscì con un’esclamazione che mi lasciò senza fiato.
Quel giorno aveva i capelli legati in una coda di cavallo alta, con due ciuffi liberi che le scendevano ai lati della fronte, indossava una camicetta rossa aperta al punto giusto e pantaloni attillati bianchi che finivano a zampa su un paio di zoccoli di legno borchiati, anch’essi fasciati di un rosso laccato.
Anche lo smalto ai piedi era rosso, ma leggermente più scuro.
Non potevo fare a meno di contemplarla e come al solito non mancavo di ammirarle i piedi.
Ormai ero convinto di essere diventato abilissimo a non farlo notare e assolutamente certo che non se ne fosse mai accorta.
Quella mattina avevo appena ultimato il mio acquisto e stavo per salutarla, quando lei fissandomi negli occhi e inclinando leggermente la testa da un lato arricciando il naso, mi disse con la sua bellissima voce sottile:
«Ma tu mi guardi sempre i piedi?».
Mi prese completamente alla sprovvista.
Rimasi paralizzato diventando subito paonazzo, con il viso e le orecchie che mi bruciavano per la figura di merda assurda che avevo appena fatto.
Balbettai qualcosa come:
«Ma va là, io???»
evitando il suo sguardo e ostentando un sorriso incerto e imbarazzato.
Lei arrivò subito in mio soccorso: «Guarda che non ti volevo mettere in imbarazzo, non c’è mica nulla di male, ero solo curiosa».
Poi riprese quasi ammiccando:
«Però sul serio, dimmi… ti piacciono?».
Esitai un po’, ma poi non potei evitare di rispondere il “sì” più imbarazzato della storia.
Lei rise inarcandosi leggermente e lisciandosi i capelli all’indietro con le mani.
Io mi sentivo così preso in giro che sarei voluto fuggire alla velocità della luce per poi non ripresentarmi mai più.
Poi all’improvviso quasi seria, ma con gli occhi ancora visibilmente sorridenti, mi disse:
«Ti piacerebbe dargli un bacino?».
Lo disse quasi sussurrando, con piccoli movimenti laterali della testa, rimanendo a labbra semichiuse.
Sgranai gli occhi, sicuramente stavo fraintendendo.
Non capivo più nulla, ero in confusione totale, esausto dall’imbarazzo.
Sudavo.
Ma ebbi la forza di rispondere:
«Eh, magari!».
“Se è un sogno non voglio sicuramente svegliarmi” pensavo, ma temevo più che altro che si stesse prendendo pesantemente gioco di me.
«Quanti anni hai tu?»
mi chiese come per dire “lo so già, ma ricordamelo”.
«Diciassette».
«Ormai maggiorenne»
disse in tono quasi assorto, portandosi una mano al fianco.
E fece due passi verso di me esaltando il “clock clock” delle suole dei suoi zoccoli a contatto con il pavimento.
Gettò uno sguardo in strada, fuori dalla vetrata del negozio.
«Se vuoi, ora non se ne accorge nessuno… sì dai, vieni qui»
e tornò a sedersi dietro al banco, divertita, unendo i piedi e incrociandoli in avanti.
«Guarda che dico sul serio».
Che dovevo fare?
Mi avvicinai cauto, incerto al massimo.
«Che diffidente!»
esclamò, poi mi sorrise di nuovo:
«Bè, quando vuoi sono lì»
e li fece dondolare.
Sembrava sapesse perfettamente cosa fare per farmi andare fuori di testa.
Pensai “magari è tutto uno scherzo, ma chi se ne frega, io provo e vedo che succede”.
Quindi mi chinai.
Mi inginocchiai letteralmente dietro il banco e mi abbassai sempre più, fino a che le mie labbra non finirono davvero col toccare uno dei suoi piedi.
Ero incredulo.
Non mi sarei più voluto rialzare, ma mentre lo stavo già facendo lei mi riprese: «E l’altro? Guarda che ci rimane male!».
“Sì sì, è sicuramente un sogno!” pensai.
E questa volta mi fiondai senza esitare sull’altro piede, dove il tocco delle mie labbra risultò indubbiamente più deciso, tanto che mi parve di udire un lieve sussulto di lei, seguito da un movimento delle sue dita sotto le mie labbra.
Ora però sapevo di aver esaurito i bonus concessi, quindi ancora un po’ frastornato mi rialzai davvero.
Anche lei lo fece, si pose di fronte a me, poi passandomi una mano tra i capelli e arruffandomeli come per sdrammatizzare, mi disse: «Visto che non ti prendevo in giro?»
Ero al settimo cielo.
«Ci vediamo presto… e la prossima volta puoi guardarmi i piedi senza farlo di nascosto».
Mi fece l’occhiolino.
Mi sentivo all’improvviso un leone, con lei avevo rotto il ghiaccio e non sentivo più alcun imbarazzo.
La salutai di rimando con uno sguardo di immensa gratitudine e pensai che dovevo fare in modo che “la prossima volta” arrivasse il prima possibile.
Mentre uscivo rimase a fissarmi con un’espressione del viso dolcissima, sorridendomi.
In quei giorni non pensai ad altro che tornare da lei, ma non volevo aspettare il sabato successivo, dovevo assolutamente anticipare i tempi.
Solo che lavorando durante la giornata sarei riuscito solo la sera dopo le 18 e in tuta da lavoro, non avrei avuto tempo né di cambiarmi né di fare una doccia.
Decisi che a costo di rivederla il prima possibile sarebbe stato il male minore, così il lunedì seguente alle 18 in punto uscii dall’officina e col motorino sfrecciai verso il centro per raggiungere il negozio.
Emozionato e impaziente, con un sorriso da orecchio a orecchio entrai e… mi trovai davanti il marito che mi salutò cordiale.
Mi ricomposi velocemente.
Effe, che era presente, mi accolse con un:
«Ciao Mirko!»
al quale risposi cercando il più possibile di mantenere un tono pacato e piatto, mentre in realtà dentro mi crogiolavo alla sua presenza pensando “quanto sei bella”.
Il marito stava sistemando del materiale sulle scansie e non faceva molto caso a me.
Lei mi si avvicinò con l’intento di servirmi lanciandomi uno sguardo a occhi sgranati, ma poi sorrise.
Sembrava dirmi:
«Che cazzo ci fai qui? …comunque lo sapevo che saresti venuto prima di sabato…».
Ora però ero costretto a comprare qualcosa, perché mi sembrava strano essere lì per “andare a trovare Effe e farle un saluto”, anche se poi non ci sarebbe stato nulla di male.
Stavo pensando a come muovermi quando lei mi anticipò:
«Se sei venuto per quegli articoli che hai ordinato, non sono ancora arrivati, li aspetto per domattina, quindi puoi passare da domani nella tarda mattinata in avanti».
«Passo sabato»
le risposi amareggiato.
Prima non potevo.
Mi resi conto che ogni volta per vederla avrei dovuto aspettare una settimana.
Mi congedò con un
«Ok, a sabato allora»
pronunciato in maniera abbastanza fredda e distaccata.
Ci rimasi un po’ male.
D’istinto le guardai i piedi e questa volta in maniera spudorata, con l’intenzione di farglielo notare.
Lei se ne accorse subito, mi fece l’occhiolino accennando a un sorriso, poi lanciò furtivamente uno sguardo al marito che non aveva seguito minimamente la scena.
Capii che il suo tono distaccato era per mantenere un contegno.
Me ne andai pensando che mancava un’eternità prima che fosse di nuovo sabato.
Gustandomi tutta l’attesa contornata di sogni erotici ricorrenti, il sabato arrivò.
Ed ero anche contento di tornare presentandomi in ordine, con abiti normali.
Entrai.
Quella mattina i clienti erano tanti, tutti uomini.
Effe sorrideva ed era carina con tutti e questo mi faceva torcere un po’ le budella.
Mi salutò cordiale, ma abbastanza distaccata.
Dovetti aspettare quasi mezz’ora prima che la fila si esaurisse, nel frattempo qualcuno aveva anche tentato di cedermi il suo posto dicendomi: «Io ci metto un po’, devo farmi spiegare diverse cose». E io contrariato avevo risposto: «No no, aspetto, anch’io devo chiedere delle cose» mentre lei di sott’occhio mi osservava divertita.
Sembrava contenta di vedermi, ma non potevo fare a meno di chiedermi se lo fosse davvero o se fosse tutto un gioco che lei considerava semplicemente come tale, condito da semplice, divertente ironia.
“Forse mi sto facendo castelli in aria” pensavo.
Alla fine anche l’ultimo cliente se ne andò.
«Eccoci soli!»
disse sorridendomi in quel suo modo adorabile.
E non potei fare a meno di contemplarla tutta per l’ennesima volta.
Indossava una t-shirt nera con un’ampia scollatura, una gonna bianca stretta e lunga con un vistoso spacco laterale e delle zeppe di sughero con stringhe nere, altissime, che le costringevano i piedi in una posizione molto arcuata, ma sensualissima.
Lo smalto, sempre rosso.
I suoi capelli erano sciolti, ondulati, “boccolosi”.
Mi uscì spontaneo:
«Sei bellissima Effe»
La confidenza per me era aumentata a dismisura.
«Bricconcello!»
fece lei, venendomi incontro con lo sguardo rivolto al passaggio fuori dal negozio.
Vedendo che la situazione era tranquilla, mi diede un bacio a stampo sulla fronte.
Sentire il tocco delle sue labbra così spontaneo era qualcosa di unico per me, mai provato prima.
«Cosa mi combini! Lunedì sera eri già qui!»
rise
«e per giunta ancora vestito da lavoro» sottolineò.
«Avevo voglia di vederti»
le risposi in una maniera che mi parve forse troppo fanciullesca.
«See… Avevi voglia di vedere me o i miei piedi?»
ammiccò.
«Entrambi!»
Lei rise ancora.
Mi girò le spalle e fece qualche passo verso il bancone.
«Posso baciarteli di nuovo?»
azzardai da dietro.
Si fermò, mise le mani ai fianchi e spostando il peso su una sola gamba, girò il viso di lato guardando fisso davanti a sé.
Sospirò.
Poi si girò nuovamente verso di me sorvolando sulla mia domanda:
«Cosa ti serve?»
Rimasi interdetto.
Ecco, era stato tutto uno scherzo.
Sentivo già una delusione cocente e lei se ne accorse.
«Dai sciocco, che domande fai? Se no cosa saresti venuto a fare? Seguimi tesorino».
“Tesorino, che bello!” pensavo.
Avrei voluto scodinzolare come un cane.
«Oggi andiamo nel retro però…»
disse mordendosi il labbro inferiore e strizzando leggermente gli occhi, mentre muoveva l’indice come per dire “vieni qui”.
Mi vennero in mente per un attimo le espressioni delle graziose protagoniste dei manga giapponesi, che allora chiamavamo ancora “cartoni”.
Poi si avviò dietro il bancone, dove un passaggio laterale celato da una semplice tenda portava ai locali adibiti a magazzino, sul retro del negozio.
Lo varcò spostando la tenda da un lato e mi fece cenno di seguirla in fondo a una specie di corridoio, dove in prossimità di una rientranza si fermò davanti a un armadio a parete.
«E se entra qualcuno?»
chiesi un po’ teso.
«Se entra qualcuno lo sentiamo e vado di là. Semplicemente mi trovo in magazzino, no?»
«Sì sì, certo…»
Qualunque cosa avesse detto le avrei dato ragione.
Poi tagliai corto perché davvero non resistevo più e quasi senza un criterio mi gettai ai suoi piedi.
Lo feci praticamente all’improvviso, dimostrando tutta la mia inesperienza.
Lei però non mi smontò:
«Ehilà, abbiamo preso confidenza eh?».
Non risposi.
Ero già impegnato a baciarglieli con passione, sulle dita, sul dorso, sulla caviglia, poi mi venne spontaneo lo step successivo, ovvero quello di usare la lingua.
Iniziai a leccarglieli.
La sentii pronunciare un «Oh…!» scambiandolo per un’espressione di piacere, ma forse era più un’esclamazione di stupore iniziale per quel passaggio di livello.
«Tesorino, mi stupisci sai?»
la sentii dire.
Poi alzò un piede, mi appoggiò la suola della zeppa sul petto e mi spinse indietro.
Quel gesto mi sorprese piacevolmente, i suoi modi erano decisi e capaci, sapeva come muoversi.
Pensavo “altro che le sciocche ragazzine della mia età”.
«Toglimi le zeppe!»
Ubbidii.
Ero un po’ impacciato e arrivai a sfilargliene solo una che lei subito mi appoggiò il piede appena liberato dalla scarpa sul viso, per poi spingermi la testa contro le ante chiuse dell’armadio a muro alle mie spalle, premendomi le dita sulle labbra.
Poi le spinse ancora di più, con prepotenza, fino ad aprirmi la bocca per riempirmela con il suo piede.
Ero estasiato da quella situazione e nel frattempo cercavo di fare del mio meglio per esserne all’altezza.
Il suo viso si illuminava, i suoi occhi azzurri come non mai scintillavano, sembravano rapiti ed estasiati mentre le sue labbra si aprivano in un sorriso che mi mostrava la sua dentatura perfetta e bianchissima.
Percepivo il tutto come una bolla meravigliosa fuori dalla realtà e dal tempo, una situazione irreale da cui speravo di non uscire, mi sentivo un ragazzino privilegiato.
Addirittura mi passò per la mente anche la situazione con Giovanni solo un anno prima e pensai a quanto quella violenza fosse all’estremo opposto.
Era forse il premio per aver vissuto quella disavventura?
Di sicuro un’esperienza del genere era piuttosto insolita per uno della mia età.
Si, ero davvero un privilegiato in quel momento.
E ora volevo solo che non finisse: le afferrai la caviglia stringendola in maniera decisa, mi misi il suo piede sul petto e mi sdraiai completamente a terra.
Le feci capire che volevo che salisse su di me, che mi mettesse sotto i suoi piedi, sotto la sua meravigliosa essenza.
Il Trampling era un modo per omaggiarla, venerarla e contemplarla al massimo.
Del resto anche Biagio Antonacci, proprio l’anno prima, aveva omaggiato questa pratica con la canzone “Danza sul mio petto”.
«Tesorino e se ti faccio male?»
«Se mi fai male te lo dico!»
risposi quasi seccamente, con un tono che sottolineava di non rovinare quel momento che attendevo in quella maniera così spontanea da sempre.
Lei intuì alla perfezione.
Si allontanò per prendere un piccolo cuscino da una seggiola e me lo porse.
«Ok, metti questo sotto la testa, altrimenti se stai troppo steso ti perdi lo spettacolo dei miei piedi mentre ti pestano».
Disse solo così, poi salì calpestandomi senza esitare oltre, anzi ora aveva la conferma che poteva farlo decisa e senza remore.
Sembrava che questo la deliziasse.
Mentre sentivo tutto il suo meraviglioso peso su di me e mi accorgevo che non era affatto eccessivo, l’ammiravo dalla mia posizione sul pavimento: era una figura statuaria e sinuosa che mi sovrastava e mi fissava con una certa autorità.
«Mi piace averti sotto i miei piedi tesorino».
«E a me piace esserci»
risposi col fiato corto.
Si sistemò in una posizione migliore per mantenere meglio l’equilibrio, quindi schiacciò il mio petto con il piede in cui calzava ancora una delle zeppe e l’altro me lo passò sinuosamente su tutto il viso.
Io, avidamente, con la lingua le leccavo la pianta dalle dita al tallone e viceversa.
Quindi me lo spinse di nuovo in bocca fino a metà, tanto che ebbi quasi un conato.
Ora oltre a provare un immenso piacere mentale, mi sentivo esplodere tra le gambe.
D’istinto portai le mani alle sue caviglie e scivolando sotto lo spacco della gonna arrivai all’interno coscia e su ancora fino a sfiorarle l’intimo.
Mi guardò quasi stupita.
Poi scese dal mio petto senza smettere di fissarmi.
Si lasciò quasi cadere a terra accanto a me.
Respirava velocemente ed era davvero presa, del tutto rapita dalla situazione.
Un’intesa simile con un simile divario di età era davvero incredibile.
Io feticista tendente a essere sottomesso, lei amante di quel tipo di feticismo con un animo da padroncina.
In più, come mi rivelò in seguito, era attratta dai ragazzi molto più giovani.
Averla accanto così su di giri era quasi un’esperienza mistica.
Le guardavo il seno sollevarsi a ogni respiro e lei lo intuì.
«Non ti piacciono solo i piedi allora!»
Lo disse con un tremito di passione, come se fosse felice di spingersi ancora oltre.
E così fece.
Le sue tette uscirono, spettacolari, dalla scollatura della t-shirt.
Mi sembravano la cosa più bella che avessi mai visto nella mia vita fino a quel momento.
Erano sode, rotonde, perfette, con due areole larghissime e piccoli capezzoli rosa turgidi e invitanti.
Con le mani mi cinse la nuca tirandomi verso di lei, poi sospirando mi disse: «Dai, riempiti la bocca!».
Non me lo feci ripetere e mi tuffai in quello splendore che per me in quel momento non aveva uguali.
Lei gemette e non smise di farlo, ora ero sicuro che fosse piacere.
«Effe!»
La voce in completa disarmonia con quel frangente riecheggiò spezzando quell’atmosfera onirica ed eccitante.
Ci bloccammo.
«Effe sei di là?»
Era il marito.
A me prese un colpo.
Lei invece sembrava più scocciata che spaventata.
«Sì, sono di qua!»
Sbuffò cercando di non farsi sentire.
«Ah ok, sei impegnata?»
«Sì, sono con Mirko che è venuto a ritirare i suoi ordini».
Bè, per metà fu sincera.
«Ok, ok, sono passato per dirti che vado da Rino a visionare la sua proposta, per cui dopo non mi trovi a casa».
Ignoravo di cosa parlassero e tanto più chi fosse questo Rino, ma non me ne fregava nulla, me la stavo semplicemente facendo sotto e mi aspettavo da un momento all’altro che il marito venisse di là.
Effe intanto si era ricomposta, le mancava solo una zeppa a un piede, il viso e i capelli non glieli avevo praticamente sfiorati, era perfettamente in ordine.
Forse un po’ accaldata, quello sì.
Comunque non credo proprio che suo marito avrebbe sospettato di un ragazzino ancora minorenne, solo il particolare della scarpa, forse, non sarebbe stato facilissimo da spiegare.
Però si poteva sempre dire che le si era infilato qualcosa sotto il piede rovistando nel magazzino, per cui l’aveva tolta per controllare.
Ma non servirono scuse.
«Ok Olly, grazie di avermi avvisata, ci vediamo dopo, al massimo ti raggiungo lì e mangiamo qualcosa tutti insieme».
«Benissimo, a dopo».
«Ciao».
“Perfetto” pensavo, tutto risolto con una semplicità assurda.
Non osai chiederle nulla riguardo a Olly, il marito.
Non mi interessava proprio.
E poi nella mia profonda ingenuità dell’epoca, non reputavo quella situazione così grave, la percepivo solo imbarazzante.
Se anche ci avesse scoperto cosa avevamo fatto di male o di tanto sbagliato? Fosse questo il male del mondo!
Se tutti si lasciassero un po’ andare, la vita sarebbe semplicemente migliore.
Effe intanto calzò l’altra zeppa e assolutamente a malincuore per quel momento così intenso interrotto, si alzò per dare comunque un’occhiata al negozio.
«Tu rimani qui»
mi disse.
Passarono alcuni minuti, poi quando ritornò, sempre con aria un po’ delusa aggiunse:
«Mi dispiace tesorino, ma c’è gente qui fuori e potrebbe entrare qualcun altro. Ci vediamo sabato prossimo, vuoi? Se vieni sulle 12, farò in modo che non ci disturbi nessuno».
«Ok…»
le risposi telegrafico e un po’ amareggiato.
«Bè cos’è quel muso lungo? Non sei contento? Comunque siamo stati bene!».
E sorridendo mi tirò verso di lei.
Vide che le fissavo insistentemente le labbra e capì perfettamente che le desideravo come non mai, ma evitò di baciarmi.
Per la prima volta semplicemente mi strinse a sé fortissimo e io in quell’abbraccio mi ci persi.
Mentre uscivo, gettai un’occhiata all’orologio del negozio, da quando ero entrato erano passati poco più di venti minuti.
Le mie giornate continuavano a scorrere tra lavoro, bar, amici, chiosco e serate sempre fuori, spesso a scorrazzare ovunque fino a tardi.
Nel periodo estivo avevamo rallentato un po’ solo con il biliardo e nel frequentare il Circolo New Europe.
Era più un’attività invernale ed eravamo tutti d’accordo che avremmo ripreso verso settembre.
Ogni tanto comunque capitava ancora di andarci a fare una partita.
Pensavo spessissimo a Effe, ma non sapevo cosa fosse per me, non potevo contemplarla come un’amante, non era una fidanzata e nemmeno la mia ragazza, era sì una frequentazione, ma limitata e particolare, insomma, non sapevo come inquadrarla.
Sicuramente vivevo la cosa separandola dalla vita di tutti i giorni. Mi sembrava quasi di voler preservare entrambe le dimensioni in maniera distinta, senza che subissero contaminazioni reciproche.
Effe in ogni caso era il mio segreto, il mio dolcissimo universo parallelo, quella specie di bolla fuori dalla realtà, dove avvenivano cose inconfessabili e sublimi.
E volevo che nessuno ne venisse a conoscenza, temevo fortemente che ne avrebbe rotto la magia.
Ma intanto, fu finalmente di nuovo sabato.
Raggiante ed emozionatissimo alle 12 in punto ero davanti al mio negozio preferito.
«Tesorino ciaooo!»
Questa volta mi si buttò al collo senza nemmeno guardare fuori dal negozio.
La strinsi forte e lei rimase lì, accoccolandosi tra le mie braccia di ragazzino ancora poco cresciuto.
In momenti come quello tornavo a chiedermi se fosse seria, non riuscivo ancora a concepire pienamente come tutto questo potesse succedere.
Quel giorno aveva di nuovo i capelli legati nella sua dorata coda di cavallo, indossava un top nero che ne lasciava scoperto l’addome armonioso, una minigonna vertiginosa anch’essa nera e ai piedi calzava gli zoccoli di legno, quelli rossi borchiati.
Quando si muoveva per il negozio era tutto un “clock clock” accattivante.
Per me perfino eccitante.
Aveva anche cambiato smalto, questa volta ne sfoggiava uno nero laccato, e anche questo le stava da Dio.
Anche lei sembrava decisamente entusiasta e infatti non si perse in troppe chiacchiere introduttive.
Anzi esordì quasi subito dicendomi:
«Oggi ti calpesto senza togliermi gli zoccoli, così ti faccio sentire i miei tacchi!»
Poi assunse un atteggiamento volutamente snob e aggiunse:
«E sappi che non me ne frega niente se soffri…».
Si avvicinò e sorridendomi mi diede un “piffetto” con l’indice sul naso, dandomi a intendere che aveva imparato la lezione.
Davvero, sembrava felicissima.
Io ero già esaltato al punto di impazzire.
Chiuse la porta del negozio a chiave.
«Oggi non entra più nessuno».
«E Olly?»
risposi riferendomi al marito.
«No, non viene neanche lui, è via»
tagliò corto.
Mi prese per mano e mi portò sul retro.
«Clock, clock, clock…»
Il suono dei suoi passi mi estasiava.
Arrivammo in quella che battezzammo come “la nostra postazione” e qui ci abbracciammo di nuovo.
«Stringimi tesorino».
Non so perché in quel momento mi dava l’idea di una bimba indifesa, da proteggere, ero io a sentirmi grande.
La tenni stretta in quel lungo abbraccio accarezzandole la schiena. Gliela sfioravo con la punta delle dita regalandole brividi di piacere. La sentivo fremere.
Poi ci guardammo accesi da un fuoco che cresceva.
Abbassai lo sguardo sulle sue labbra semichiuse, ma di nuovo lei evitò le mie.
Sentivo il suo seno che spingeva sul mio petto, ma era imprigionato nel top.
Glielo alzai e lei sorrise.
Quindi se lo sfilò del tutto, rimanendo a tette al vento.
«Liberi tutti!»
commentò facendolo volare.
Mi prese il viso tra le mani e me lo portò all’altezza giusta per riprendere il lavoro dove si era interrotto la volta precedente.
Era assolutamente, incredibilmente, meraviglioso.
Infilò le mani sotto la t-shirt che indossavo e mi accarezzò il petto soffermandosi con i pollici a stuzzicarmi i capezzoli.
Il piacere mi arrivava diretto tra le gambe.
Pulsava.
Probabilmente sapeva bene cosa voleva ottenere, perché poi fece scivolare una mano ad accarezzarmi proprio lì, da sopra i pantaloni.
Dopodiché me li slacciò abbassandoli.
Poi si chinò…
Ciò che successe dopo mi fece tornare alla mente quando con i miei amici anni prima avevamo trovato quelle pagine di un giornaletto porno, abbandonato dai muratori nel cantiere di una casa in costruzione.
La scena era praticamente la medesima, ma questa volta era reale.
E ne ero protagonista.
Non ho parole per descrivere l’intensità di cosa provai quella prima volta.
Lei intuiva perfettamente quando fermarsi.
Poi riprendeva.
Continuò per un tempo che non riuscirei più a quantificare, poi si staccò con uno schiocco di labbra.
Fu attentissima a non farmi concludere troppo presto.
No, quello era solo l’antipasto.
Prese a sfilarmi tutto ciò che ancora indossavo, mi lasciò completamente nudo, poi disse:
«E dopo il piacere… ora devi soffrire! Stenditi!».
Aveva già preparato il cuscino e non me lo feci ripetere.
Statuaria, bellissima, quasi irreale, di nuovo mi trovavo ad ammirarla dalla mia posizione distesa.
Lei camminava intorno a me facendo rumore con quei suoi bellissimi zoccoli provocanti.
«Clock, clock, clock…»
Poi si fermò davanti ai miei piedi.
«Su, allarga le gambe tesorino!»
Ubbidii.
Lei venne avanti tra le mie gambe, poi alzò un piede e con la suola della scarpa si appoggiò proprio lì… muovendola su e giù.
Mi fissava intanto, mentre teneva le labbra chiuse a cuore.
Io ero nella più completa estasi.
«Ora allungami le mani tesorino».
Eseguii immediatamente anche quel nuovo ordine.
Lei prese le mie mani per tenersi in equilibrio e si diede la spinta per salire sul mio ventre con entrambi i piedi.
Sentivo e guardavo i tacchi dei suoi zoccoli affondarmi nella pelle. Feci una smorfia di dolore e vidi che controllava attentamente le espressioni del mio viso.
Non dissi nulla e lei capì che poteva continuare.
Era un dolore che, alimentato da quel connubio di erotismo, mi provocava un forte piacere psicologico.
Pensavo (e penso ancora) che quella fosse la vera maniera di fare sesso: fantasioso, raffinato, esclusivo.
Non quelle “pataccate” che avevo sentito raccontare nei vari ambienti di lavoro o spesso da quelli più grandi di me, fatte solo di volgarità, egocentrismo e di “botte e via”.
Immancabilmente il finale di quelle storie era sempre lo stesso: «Quanto l’ho fatta godere!».
Già, avrei proprio tanto voluto chiederlo alla lei di turno quanto aveva goduto… Sempre che il racconto fosse stato vero.
Rozzi e poveri illusi: non comprendevano che anche il sesso è arte.
Effe mi stava mostrando la via.
Tenendosi alle mie mani passeggiò sinuosa fino ad arrivare sul mio petto.
Qui, sentendosi in un punto più stabile, le mollò e con tutto il suo peso si mise in posizione completamente eretta.
L’espressione del suo viso era di assoluto compiacimento.
Io ero il suo piedistallo e lei lo meritava per quanto era bella.
Il suo seno nudo spiccava nella penombra del magazzino.
Continuava a fissarmi e la ammiravo mentre con una mano si massaggiava sotto le mutandine di pizzo, nere come la minigonna.
Gemeva e socchiudeva gli occhi.
Sollevava la testa all’indietro e con lo sguardo rivolto verso l’alto si leccava le labbra.
Sembrava ringraziare il cielo per quel momento di assoluto potere.
Dopo un po’ si appoggiò con le mani alle ante dell’armadio a muro dietro la mia testa e rimanendo con uno zoccolo ben posizionato sul mio petto, portò l’altro all’altezza del mio viso spingendone il tacco nella mia bocca, per poi farlo scivolare piano, fino ad affondarlo quasi completamente.
Lo alzava e lo riabbassava sorridendo.
«Ora leccami la suola!»
E la premette sulle mie labbra.
La mia lingua uscì e ne coprì ogni centimetro.
Continuava a fissarmi e a ripetermi spesso: «Bravo tesorino!».
Le piaceva alternare le due cose.
Mi sembrava tutto onirico e meraviglioso, che tutto si perdesse in contorni sfumati.
In pieno viaggio sensoriale mi sforzai di dirle:
«Ti adoro Effe».
Si fermò un attimo.
«Anch’io tesorino».
Poi si sfilò lo zoccolo e sostituì il tacco con il suo alluce.
Si divertì ad avvitarlo tra le mie labbra fino a infilarci, spingendolo con prepotenza, tutto il piede.
Lo estraeva e lo rimetteva e ogni volta le leccavo completamente la pianta e le succhiavo tutte le dita una a una, definendone il contorno con la lingua.
Sospirava.
A tratti gemeva.
Il culmine lo raggiunse quando mi tenne tappata la bocca col tallone per qualche minuto.
«E zitto!»
disse seria portandosi le mani ai fianchi, per poi tornare a sorridere amabilmente.
Ero in suo potere e mi piaceva.
E anche a lei piaceva.
Poi ricalzò lo zoccolo riprendendo la posizione iniziale.
Era di nuovo eretta, a piedi pari sul mio petto e senza accennare a volerne scendere si abbassò piano, fino ad accovacciarsi su di me.
Sorrise di nuovo, di gusto, mentre con una mano mi afferrava tra le gambe.
Con l’altra si scostò le mutandine da una parte.
«Le hai mai baciate queste labbra?»
mi chiese completamente su di giri, affannata dalla voglia.
«No…»
le risposi con la mente annebbiata tra piacere e dolore.
«Allora fallo! Adesso!»
Scese dal mio corpo, si tirò su la minigonna senza sfilarla e si mise a terra supina.
Non si tolse nemmeno gli zoccoli.
Ormai con lei non avevo più nessuna inibizione, mi sorpresi ad afferrarle le caviglie e a unirgliele per poterle sfilare le mutandine.
Poi le aprii completamente le gambe.
«Scostumato!»
scherzò sorridendo e ammiccando.
Non persi altro tempo, mi tuffai a baciare quelle labbra stupende senza avere la minima esitazione.
Era un’esperienza sublime.
Irreale.
Usai la lingua fino a consumarmela, fino a che non rischiai di farmici venire i crampi.
Non volevo più smettere.
Lei si contorse a lungo gemendo forte in preda all’estasi, poi a un certo punto si irrigidì e urlò letteralmente fino a che mi ritrovai il viso completamente bagnato, ma io continuai senza darle tregua.
Smisi solo quando convulsa ed esausta mi spinse via.
«Dio mio tesorino… cosa mi hai fatto…»
Eravamo imperlati di sudore.
«Io? Cosa mi hai fatto tu!»
Ci fissammo, poi ci lasciammo coinvolgere in una risata distensiva.
Intanto sollevai la testa e il busto guardandomi intorno, come se tornassi improvvisamente a rendermi conto di dove mi trovavo.
Scioccamente rimasi fermo un secondo tendendo l’orecchio, sperando che nessuno avesse sentito nulla.
«Cosa fai scemo?»
chiese divertita.
Poi dopo essersi rilassata un attimo ancora, un po’ ansimante aggiunse: «Ora però tocca a te!».
«A far cosa?»
risposi con tutta la mia ingenuità.
Fece finta di non sentire.
Si sfilò gli zoccoli che nel frattempo non aveva mai tolto, impugnò il mio sesso e lo mise tra le piante dei suoi piedi.
Mi uscì uno strozzato ed estasiato:
«Oddio…».
E in estasi mi ci mandò davvero.
Mosse abilmente su e giù quei suoi piedi superbi e straordinari continuando a fissarmi con malizia e a sorridermi, fino a che anch’io non esplosi in un piacere immenso.
La sua soddisfazione fu perfettamente intuibile.
Mi lasciò riprendere, poi mi si gettò addosso e mi strinse in un abbraccio di bene profondo.
Sì, ora sentivo quanto mi voleva bene.
Mi sussurrò:
«Sei il mio piccolo grande amore!»
e per la prima volta, fissando le mie labbra, mi baciò.
Lo fece con una passione unica, mentre dai suoi occhi celesti sentivo scendere lacrime calde che rigavano anche il mio viso.
Quello sì, finalmente fu un vero bacio, di quelli piacevoli, coinvolgenti, appassionati.
E rimanemmo lì, abbracciati, continuando a baciarci per un tempo indefinito.
Quella frase, “sei il mio piccolo grande amore”, ricordo che me la disse anche una ragazzina di terza quando frequentavo la prima media, un giorno che eravamo in gita con più classi.
Era una delle più “famose” della scuola e non so perché, quel giorno lo passò tutto il tempo con me, ogni tanto intonandomi l’omonima canzone di Baglioni.
Ma ora, con Effe era davvero tutta un’altra storia e ribaltando i protagonisti, a modo mio capivo perfettamente il senso di quel brano.
Dopo quella volta, ci incontrammo ancora per qualche sabato mattina e anche in alcune occasioni extra, fino a che partii con i miei genitori per le vacanze estive.
Ma non rivelerò altro di quegli incontri: insieme ad altri ricordi sono parte di quelle memorie intime e preziose che necessitano di rimanere personali.
Rimanemmo d’accordo di rivederci a settembre.
Quando giunse il momento di salutarci lo facemmo con un bacio di passione travolgente.
Notai un filo di tristezza attraversare i suoi occhi, ma mi salutò comunque sorridendomi in quella sua maniera unica che adoravo:
«A presto tesorino».
Quell’anno tornai in montagna con i miei e mia sorella come tutti gli anni dall’86.
Non c’era modo di sentire Effe là, quindi cercai di non perdermi troppo nei pensieri, sarebbe stato bellissimo rivederla al ritorno.
In quella vacanza, senza dubbio, seppi in tutto e per tutto di aver completamente ritrovato me stesso.
Quando rientrammo dalla montagna, iniziai a sentire le farfalle nello stomaco e riuscii a malapena ad aspettare che arrivasse settembre, anche se mancavano solo pochi giorni.
Poi il primo sabato del mese volai da lei.
Lo ricordo ancora, era il 5 settembre del 1992.
Quando mi vide entrare la vidi trasalire, mi accennò appena un sorriso.
Era con una cliente, che era lì evidentemente per il proprio figlio.
Ormai ero abituato allo stare sulle sue di Effe quando c’erano clienti.
Ma questa volta quando rimanemmo soli la situazione non cambiò.
La guardai, ammirai i suoi piedi, ma nulla, anzi sembrava tesa e in difficoltà.
«Che succede?»
esordii cauto.
Le scese una lacrima.
«Mi dispiace, ma io non posso più…»
«Cioè???»
«Cioè non posso, mi sono lasciata andare, ho fatto un errore madornale… Non offenderti ma sei un ragazzino, mi sono lasciata coinvolgere come una stupida!»
«Ma… perché dici così? Cos’è successo? Non era bello per te?»
«Certo che sì! Ed è proprio questo il punto! Ma non posso, capisci? Non si va da nessuna parte con questa cosa e io in casa non sono più la stessa! È assurdo, non posso innamorarmi di te!»
Scoppiò in lacrime e andò sul retro perché non se ne accorgessero da fuori.
«È ridicolo e mi sento ridicola!»
La seguii e una volta raggiunta cercai di abbracciarla.
«No! Insomma, basta, è finita qui! Ma non capisci?? Anzi ti pregherei di non frequentare nemmeno più il negozio. Io ho bisogno di fare un passo indietro e di riprendermi».
«Ma perché?!»
«Perché sì! Tu non sai come mi sono sentita mentre non c’eri e non va bene… rischio di rovinare la mia vita per un capriccio!»
Mi stava crollando il mondo addosso, la mia bolla meravigliosa si stava sgretolando, la realtà tornava all’improvviso, dura e cruda, più crudele che mai.
Mi scesero grosse lacrime piene di un improvviso dolore lancinante, ma mi girai prima che lei le vedesse, anche se probabilmente se ne accorse.
Mi sentivo offeso dalle sue parole.
Alla fine ero solo un ragazzino, tutto ciò che era stato era solo un capriccio, una curiosità, un’esperienza diversa.
Mi aveva usato e ora, esaurita la novità, si liberava di me.
In quei mesi stavo cambiando idea su tante cose anche grazie a lei, e ora grazie a lei sapevo che le cose difficilmente cambiano e che il mondo va preso per ciò che è senza troppe aspettative.
Uscii dal magazzino dirigendomi verso l’uscita.
Lei mi corse dietro fino al bancone e con la voce tremante esclamò:
«Tesorino, sarai sempre il mio piccolo grande amore, lo sai vero?»
Piangeva, sembrava all’improvviso già pentita delle parole di poco prima.
Avrei voluto fare un sacco di cose e prima di tutto sarei voluto tornare indietro per abbracciarla.
La volevo come non mai.
E invece non feci nulla, proseguii profondamente ferito nell’anima, uscii dal negozio e me ne andai senza aggiungere una parola e senza mai girarmi.
Non tornai mai più da lei, né ebbi più occasione di incontrarla, né mai più la sentii in alcun modo.
Finì quel giorno e finì per sempre.
E finì con la mia verginità ancora intatta.
Io e Effe non avemmo mai un rapporto completo.
Non aveva mai voluto e io non avevo mai insistito, del resto era bellissimo così.
Probabilmente si preservava sapendo che se fosse successo, avrebbe raggiunto un punto di non ritorno di cui era forse sempre stata fin troppo consapevole.
Forse aspettava solo il momento più adatto per tornare sui suoi passi o forse non aveva preventivato un coinvolgimento simile.
Io so che la rabbia in qualche modo mi salvò: non potevo permettermi di starci male, non potevo mostrarmi sofferente, non lo sapeva nessuno e non potevo parlarne con nessuno.
Ero costretto a cercare di dimenticare tutto il prima possibile.
Dovevo reagire e farlo da subito.
Cancellai completamente tutta quella meravigliosa esperienza.
Solo anni dopo seppi che Effe, dopo aver chiuso il negozio, si era separata ed era andata via.
Col senno di poi però la compresi appieno.
Credo che lei mi volesse davvero bene, ma davvero tanto e per quanto fosse incredibile si era innamorata veramente e profondamente di me!
Senza dubbio anche quel feticismo di base che intrigava e coinvolgeva entrambi in qualche modo accese una scintilla, anzi probabilmente tutto nacque proprio da lì.
Senza volerlo e senza saperlo, con un divario di età non indifferente, ci scoprimmo complici.
Durante i nostri incontri mi parlò in modo aperto di questa sua inclinazione e di come fu sorpresa nel riscontrarla in me, fino a essere rapita e intrigata anche dalla mia giovanissima età.
Suo marito invece non apprezzava minimamente queste fantasie che definiva da “deviati” e nemmeno le prendeva in considerazione.
Lei ne soffriva.
È dura non poter essere sé stessi con colui o colei che hai di fianco ogni giorno.
Quello che realmente imparai da tutta quella fantastica assurdità è che l’amore non ha davvero età, ma anche che ogni cosa può essere rovinata dai pregiudizi.
Ma è pur vero che io all’epoca ero realmente solo un ragazzino e per lei il nostro era davvero un amore impossibile, quasi ridicolo.
Cosa avrei potuto darle?
Siamo realisti.
Anche questa volta andava bene così.
Ovunque sia adesso dovrebbe avere 66 anni.
Chissà se è ancora bella come allora.
Ti è piaciuto questo racconto? Fammelo sapere!
Lascia un commento