Sotto la pelle del Mondo

Un viaggio iniziatico nell’India più autentica:
tunnel oscuri e Ghat sacri, barche fluttuanti tra stelle e risaie, templi millenari, riti, visioni, sorrisi e foreste.
Un racconto in quattro tappe tra il visibile e l’invisibile, il sacro e il reale.
Un’esperienza da vivere, non solo da leggere.

© Mirko Francesconi. Racconto originale. Tutti i diritti riservati.

VARANASI

Prima il crepuscolo è sceso.
Poi il buio ha preso contorni blu tra le poche luci del vicolo.
Ora il buio è nero.
Nel tunnel si odono voci roche.
Le sento penetrarmi, mi denudano.
Non percepisco le pareti del passaggio, cerco di restare al centro, ma sono cieco.
Fetore, feci, piscio.
Avverto presenze ai miei piedi.
“Non mi toccate!”
Si lo penso.
Non vorrei, ma anche a me succede.
Un brivido mi si arrampica sulla nuca, mi sibila nella mente.
Ho paura? No, ma sono inquieto.
Loro vivono li, lo so.
Intoccabili…
Una fioca luce squarcia l’oscurità, sì, là in fondo questo tunnel ha una fine, ma nel suo interno regna l’infinito.
E’ una grande lezione.
Sono fuori.
I Ghat, maestosi.
Si gettano nelle acque del Sacro fiume.
Il Gange.
E’ meraviglioso, la sorpresa mi stordisce piacevolmente.
Solo ora mi rendo conto della moltitudine di persone che transitano su questi gradini: Shadu, mendicanti, turisti, truffatori, curiosi, lebbrosi, mercanti, barcaioli, anime di fede.
Io sono tra tutti loro.
C’è il mondo in piccolo.
Il macrocosmo nel microcosmo.
Qui si riesce a vedere.
(parlando in inglese):

-Barcaiolo, vorrei fare un giro sul fiume, quanto costa? –
-Un’ora o due ore?-
-Due ore-
-450 rupie-
-E’ troppo, te ne do 200-
-Tu mi vuoi strozzare-
(Me lo dice gesticolando)
Rido.
-Dammene 400-
-No, è ancora troppo-
Faccio finta di andarmene.
-Ok ok, per te 350 rupie-
-Te ne do 300-
Mi guarda, ci pensa un po’ su.
-Ok-
-Ok-

Qui bisogna contrattare.
Se non contratti non dai energia a ciò che acquisti, non gli reputi il giusto valore.
Se paghi subito la cifra richiesta, per loro è quasi mancanza di rispetto verso ciò che stai acquistando.
Quanta attenzione, rivolta sempre ad ogni cosa, fino ai minimi particolari.
E quanta serenità in questi occhi languidi.
Varanasi di sera, il cuore pulsante del mondo.
La barca mi culla, la città risalta di luci brillanti tra lo scuro del cielo e del fiume.
Luci elettriche, fuochi, candele.
Folla ovunque sui Ghat.
C’è la Puja, la Preghiera.
Gocce di eternità.
Ora capisco il senso della preghiera.
Nel nostro mondo, che è effettivamente un altro mondo, si è perso quasi completamente.
Questa non è una semplice richiesta di aiuto.
Da noi quando si ha un problema ci si ricorda di Dio perché ci fa comodo, poi lentamente tutto torna in archivio, negli scaffali polverosi della mente.
Non per tutti, ma per molti.
Quasi tutti.
Questo invece, ciò a cui ora assisto, è un ringraziamento continuo.
Non importano i problemi personali di ognuno, è un ringraziamento.
Al Tutto.
Alla vita.
I problemi nascono da noi, non dalla vita.
Ma chi è o cos’è poi Dio?

Qui lo sanno.

E te lo insegnano volentieri se hai pazienza di impararlo.
Quante riflessioni, ora calmati.
Guardo più lontano, luci fioche, sulla destra una parte lontana della città non è illuminata come qui.
Ardono solo dei fuochi, tutto il resto è in penombra.
Sono le pire funeree.
La liberazione dal ciclo delle rinascite, il Karma, una parola da noi fin troppo abusata.
Le persone cercano di raggiungere Varanasi per morire, per bagnarsi nel fiume Sacro ed essere cremate.
In base alla casta di appartenenza ci si può permettere il legno più o meno Sacro per il proprio rituale, poi le ceneri vengono disperse nel Gange e in questo modo ci si libera dal loop infinito.
Chi non può permettersi questo, viene avvolto in un lenzuolo e gettato direttamente nelle acque.
Chiudo gli occhi.
La barca mi culla, i canti rituali mi portano altrove, in alto.
Istintivamente mi aggrappo al mio rudimentale sedile, non voglio precipitare, la sensazione è forte.
Ho un’idea.
Immergo le braccia nel Sacro Gange.
Un connubio di materialità e spiritualità.
La benedizione di Shiva.
Chiudo gli occhi e nella città eterna imparo a meditare.

[Vuoto.]

Sonno.
Ora sono nella mia stanza angusta.
Caos.
Nella mente, in ciò che mi circonda.
Rumori.

[Vuoto.]

4.30 del mattino.
Un altro giorno.
Di nuovo il tunnel, di nuovo i Ghat.
Il buio ha nuovamente un contorno blu.
Che però sbiadisce in fretta, perché ora è l’alba.
L’alba sul Gange.
Ritrovo il barcaiolo:

-Due ore sempre 300 rupie?-
-Ok-
-Ok-

Folla, sempre gente ovunque.
Cambiano i volti, ma non le espressioni.
Si preparano al Surya Namaskar, il saluto al Sole.
C’è chi fa Yoga.
La barca mi culla, sono un feto che sta per nascere.
Già, mi sento così, si rinasce a volte.
La città al mattino è maestosa, non posso descriverla oltre, non ci riuscirei, solo gli occhi riuscirebbero, ma non possono scrivere.
Fissate i vostri nei miei, potrete parlare con loro.
Guardo l’orizzonte.
Il disco solare nasce rosso, corposo, non l’avevo mai osservato così bene.
Sale piano nel cielo.
Contorni netti.
Tutto diventa roseo e dorato.
E’ maestoso.
Non posso descriverlo oltre, solo gli occhi riuscirebbero, ma non possono scrivere.

ASTRONAUTA DELL’IMMENSITA’

Cochin.
Fort Cochin.
L’aria si mescola in brezze leggere di tradizioni Orientali ed Occidentali.
L’atmosfera intorno porta a vivere vecchi scambi commerciali, persi in sensazioni dai sapori antichi, l’incontro di diversi popoli, vetuste famiglie che hanno deciso di rimanere nei secoli in questo luogo, sospeso tra etnie diverse.
La tradizione Ebraica del Ghetto, il quartiere Spagnolo, le case in stile antico, come da noi non se ne vedono più.
Eppure l’architettura dell’Occidente è perfettamente riconoscibile.
Sembra di vivere un mondo più giovane di 200 anni.
Atmosfera colorata e ruspante, quasi tribale, brulichìo di persone per le vie principali.
Sulla spiaggia battuta dal sole le reti “cinesi” sollevano ciò che qui è considerato l’oro del mare.
La pelle bruciata dal sole e dal sale, gli occhi socchiusi fino a formare una fessura sapiente, le mani e le dita ferite dalle lenze, la pelle di ebano scurita dai raggi che splendono.
I pescatori alimentano il loro prezioso commercio direttamente sulla spiaggia.
Hanno appena allestito il pescato sotto grandi tende bianche, improvvisate.
Il loro lavoro è duro, onesto, umile, svolto in maniera dignitosa e dedita.
Osservo.
Flashback.

[Vuoto.]

Mi sposto.
Raggiungo un posto remoto.

Mi trovo di fronte alla Chiesa Cristiana più antica di Cochin.
Un edificio semplice e spoglio rispetto alle grandi Cattedrali e Chiese Occidentali, nemmeno troppo decorato artisticamente, né esternamente e né internamente.
Questa piccola Chiesa antica custodisce un tassello di gloria passata.
In un attimo sono al tempo dei grandi navigatori mentre ammiro nel pavimento secolare la lapide incisa nel marmo dolcemente cancellata dal tempo.
Indica una tomba: Vasco de Gama.
L’antico navigatore.
Penso all’enorme fatica compiuta dall’intrepido e carismatico viaggiatore per raggiungere questo posto all’epoca in cui visse.
Penso all’incanto di un mondo che allora era destinato a pochi eletti.
E riprendo il viaggio.
Il Mio viaggio di piacevole randagismo per il continente.

[vuoto]

L’autista si ferma in una radura, uno spiazzo in mezzo alle palme.
Scendo.
Aria calda.
Mi siedo all’ombra sul terreno polveroso del porticciolo e attendo.
Mezz’ora dopo sto salendo sull’House Boat su cui passerò la notte navigando sui canali della Venezia indiana.
Ovviamente nulla fa pensare a Venezia in realtà.
I canali si estendono a perdita d’occhio e spesso sembra di essere in mare aperto.
Intorno grandi palme di cocco e risaie.
Lungo le sponde le povere case isolate dei contadini e le loro barche, i bimbi che mi salutano.
Sempre sorrisi.
I bambini indiani adorano le penne biro e io ne ho con me un sacchetto che mi sono preparato precedentemente, per donarle durante il mio lungo percorso.
Gliele lancio dalla mia imbarcazione e loro mi ringraziano entusiasti, come se avessero ricevuto chissà quale tesoro.
L’House Boat è finemente decorata ed arredata in stile indiano, la struttura ha i suoi anni ed è usurata, ma si vede che tempo prima doveva avere un aspetto signorile.
Mi servono il tè ad un tavolo in stile coloniale.
Lo sorseggio e mi siedo sul bordo della barca accanto al timone.
Chiudo gli occhi e mi lascio cullare.
Il buio sbiadito dei mie occhi chiusi lascia presto il posto allo sbiadire della luce al tramonto.
Il sole è un disco infuocato che gioca tra le nuvole, basso sull’orizzonte indistinto tra cielo ed acqua appena increspata.
La riva del canale poco distante gioca un ruolo fondamentale in questo dipinto naturale.
Gli alberi si specchiano tra il firmamento infuocato e tra brezza, acqua e terra in questo meraviglioso affresco dell’Assoluto.
Attracchiamo.
Un lungo e stretto rivolo di terra disabitato perso nella maestosità del mondo.
Scendo a terra, faccio due passi. Assimilo tutta la bellezza di questi istanti.
Aspiro il fumo aromatico di un bidi.
Torno a bordo e mi preparo per la notte.

Quando arriva il buio è davvero buio.
Luci o lampioni sembrano un lontano ricordo.
Nell’oscurità circostante, scorgo a perdita d’occhio la luce delle barche in lontananza, chi torna a casa dalla giornata lavorativa, chi è appena uscito a pescare.
Luce che si mescola a quella delle stelle.
Non c’è più distinzione tra cielo e terra.
L’House Boat riposa fluttuante nel cosmo.
Astronauta dell’Immensità.
Con questa immagine chiudo la mia camera.

Faccio una doccia calda in un bagno striminzito ed ingiallito.
Mi asciugo.
Mi stendo sul letto.
Spengo la luce.
Le pale del ventilatore sibilano lievemente.
Umidità.
Insetti.
Zanzare.
Ma negli occhi, mentre mi addormento ho l’immagine dell’Universo.

NEL TEMPIO SACRO

Echi.
Voci.
Fedeli.
Devoti.
Sadhu.
Indosso un doti color arancio e la collana con l’effige di Shiva.
Nient’altro.
A petto nudo.
A piedi nudi.
Sento il misticismo di questa antica terra e di questi luoghi più forte che mai.
Quasi mi commuovo di felicità.
Il pavimento in pietra è bagnato.
Alcuni petali sparsi qua e là.
Ho anch’io una collana di fiori da offrire in dono.
Un Sadhu mi dà la propria benedizione.
Mi inchino a lui toccando i suoi piedi scalzi e ruvidi.
Poi mi tocco la fronte.
Qualcuno mi osserva.
Entro nella sacralità del luogo.
Mi avvicino ad un braciere di candele ed incensi posti sotto un’immagine di Shiva scolpita in pietra.
La raffigurazione è vecchia di centinaia di secoli.
Raccolgo il fumo degli incensi e delle candele nel palmo delle mani e me lo porto al viso.
Mi purifico.
E’ un gesto Rituale.
Poi bagno la punta dell’anulare destro nella pasta colorata contenuta da un piattino lì a fianco.
Mi disegno un punto vistoso sul terzo occhio mentre pronuncio il nome di Shiva.
Entro nei corridoi bui dell’edificio.
Colonne massicce danzano tra statue che raffigurano Miti e Dei.
Oltrepasso una specie di piccolo cortile interno.
E’ un altare all’aperto.
Al centro un piccolo albero.
In alto la torre del Tempio mi sovrasta imponente.
Alzo lo sguardo per ammirare tanta bellezza espressa.
Migliaia di statue la adornano.
Torno a percorrere le camere ed i corridoi in penombra.

Un Bramino mi mostra alcune colonne di pietra che hanno la particolarità di emettere il suono dell’OM prolungato.
Ognuna in diversa tonalità.
Mi improvvisa un piccolo concerto di vibrazioni energetiche che si diffondono intorno.
Mi invita a provare.
Lo faccio con piacere.
Tutta questa serenità mi inebria.
Mi gira la testa.
Mi sento in estasi.
Oltre le colonne osservo un enorme tronco d’albero.
Le radici partono dal pavimento ed il fusto sale oltre il soffitto.
Alcuni devoti lo venerano.
Un vecchissimo affresco poco distante lo raffigura al centro di un grande prato, prima che il tempio fosse costruito intorno ad esso.
E’ vecchio di quasi mille anni.
La curiosità e l’atmosfera del posto mi spingono alla ricerca di altri luoghi all’interno dell’edificio Sacro.
Ne sento fortemente il bisogno.
Entro nella stanza del Lingam.
Il simbolo della procreazione del Tutto.
Mi sdraio a terra.
Le braccia tese oltre le spalle, il viso al suolo.
In segno di devozione.
I Bramini versano ceste di petali sulla raffigurazione di Shiva.
Una piccola campana viene percossa ripetutamente.
Rimango un po’ a meditare.
Sento alcuni sguardi addosso.
Chi mi scruta non è abituato a veder fare questo da un Occidentale.
Sorrido.
Ricambiano.
Mi alzo.
Cammino.
Ascolto i canti che provengono da oltre il mio sguardo.
Là in fondo.
Ciò che mi attende ora è sorprendente.
Una gigantesca statua di Hanuman, il Dio Scimmia del Ramayana.
Troneggia maestosa in un grande antro scolpito e costruito in pietra.
E’ immensa.
Ovunque fragranza di incensi.
Dalla sua sommità, alcuni devoti fanno cadere un liquido color ocra che ricopre l’immagine del Dio.
Successivamente la statua viene lavata.
Poi il liquido diviene scarlatto, rosso vivo.
Ai piedi dell’enorme scultura una folla di persone recita il Mantra a lui dedicato.
Una scena stupefacente che la mia mente registra per l’Eternità.
Apoteosi.
Quando esco dal Tempio sono frastornato ed euforico.
Ogni mia essenza vibra di Vita.

DENTRO IL VIAGGIO

Riaffiori improvvisi.
Sono in quella stanza in una casa come tante, perduta tra i viottoli della Città Vecchia.
Al Nord.
Steso su una panca di legno ricevo il Rito.
Il Guru mormora, disegna su di me simboli eterei con
una Chakra Wand.
Nemmeno mi sfiora.
Vedo anche se i miei occhi sono chiusi.
Spire di Energia pura evocano la solennità di un frangente.
Il mio corpo è immobile, ma all’improvviso la mente lo percepisce ondeggiare vorticosamente a destra e a sinistra, sempre più forte.
Ma pur senza esserlo sono fermo.
Percepisco un’esplosione di colori.
La testa gira, fluttuo oscillando velocemente nell’infinito.
Sempre più forte.
Sempre più forte…
Quando tutto si ferma rimango connesso.
Cerco di intuire il reale intorno, in ascolto con il corpo.
Tutto è ancora come prima?
Non ho risposta, ma sono pronto.
Namaskar, ringrazio.
E il viaggio riprende.
Ancora…

[vuoto]

Questa notte è l’ultima.
Per questa volta.
Uguale alle altre notti.
La notte nella foresta.
La notte in India.
Un topo enorme si affaccia dal limitare della selva, mi osserva per un attimo e scompare.
Un fuoco è acceso davanti ad una casa di fango e pietra.
L’unica illuminazione.
La povertà di chi vi abita è evidente.
Ma la ragazza che lo alimenta mi sorride.
Sul muro della modesta costruzione un geco è alle prese con il suo spuntino notturno, un grosso ragno peloso che mi sembra giallognolo.
Lo osservo tra i bagliori rossastri e soffusi.
Il latrare di cani selvatici in lontananza.
Il rumore dell’Oceano.
Il fragore delle onde che battono la spiaggia nera, invisibile di notte.
Le luci delle barche in lontananza, dall’alto del promontorio, che si mescolano nuovamente a quella delle stelle.
Il suono silenzioso della collezione delle mie emozioni interne.
Insetti e zanzare.
Musica tenue, remota.
L’aroma del mio bidi che si consuma insieme al mio viaggio interiore.
Il viaggio che è senza fine.
Il percorso che non si esaurisce mai.


Commenti

Lascia un commento