Notte di San Lorenzo (prosa)

Una prosa cruda, lirica e intensa.
Nel cuore della battaglia, tra sangue e alienazione, un uomo riflette sull’assurdità dell’odio e sul senso effimero dell’esistenza.
In una notte di San Lorenzo che non regala né desideri né stelle, ma cadute di esplosioni e lampi di morte, la coscienza si fa poesia e dolore.
Un frammento di umanità che arde nel buio danzando con l’ipocrisia.

© Mirko Francesconi. Racconto originale. Tutti i diritti riservati.

Monocromatico carnevale di gocce salate di sangue e sudore, sul fronte esausto di guerra.
Dove rivoli scarlatti, si accoppiano agli umori del suolo secco, portandosi via il ricordo di anime in corpi sprecati.
Tonfi sordi.
Realtà appannata.
Sono un rifugiato di me stesso.
E vedo o non vedo?
Scruto bagliori rossastri, lampi di luce, nero fumo di cenere.
Chiedimi perchè la gente muore qui intorno e ti risponderò con una certezza: quella di non saperlo.
Ma almeno questo odio crea amore altrove?
Ogni essenza dell’esistenza danza su una spietata bilancia?
Muoio da dieci minuti.
Nelle mani stringo le interiora del mio ventre crepato.
Prima provavo dolore, quando uccidevo, ora sono sollevato, quasi sorrido.
Presto starò meglio.
È la notte di San Lorenzo, una strana notte, i soldatini si accendono e cadono come meteore che solcano l’infinito.
Il tempo mi osserva un istante, mi attraversa e riprende il suo cammino inesorabile.
È tutto inutile, quello che accade sarà un giorno come se non fosse mai accaduto.
Un evanescente frammento di nulla.
Che errore il mio!
Partire per gli inferi senza essere morto e trovarmi a morire davvero.
Ma non m’importa più ormai.
Conto le rosse perline liquide, mentre saltano da me al suolo.
Mi perdo per un attimo in questa macabra curiosità, mentre un compagno s’è appena spento e uno dopo l’altro, un altro.
Un cranio mi esplode vicino, un orrore anch’esso presto remoto, mi fissa ossessivo, vincendo battaglie perse tra uomini ciechi.
Poi invece c’è chi rimane, lasciando alla terra arida i propri arti in omaggio in cambio di un dolore folle, che gli accompagni la vita rimasta.
E forse a me è andata meglio.
Ora mi sento svanire e me ne vado, lontano da tutti, in una notte di assurdi fuochi artificiali, esplosi troppo vicino alla banalità.



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