Un’esplorazione lucida dell’essere, dove l’identità si scontra con il senso di disconnessione dal mondo. In questa prosa, la solitudine non è assenza ma consapevolezza: la consapevolezza di un vuoto che chiede compimento, di un richiamo che si rivela illusorio, e di un “io” che vorrebbe intrecciarsi con l’esistenza altrui, ma vacilla. Un frammento di pensiero nudo, dove la verità si affaccia nei dettagli più trascurabili.
© Mirko Francesconi. Racconto originale. Tutti i diritti riservati.

Momenti di stacco.
Momenti di vuoto.
I pensieri si collocano in tasselli disordinati dentro forme alterate.
Eppure si è quelli di prima, si è chi si è sempre stati.
Anche la vita è quasi del tutto la stessa.
Vorresti uscire da questa sensazione ambigua e mal sopportabile, ma è più facile non cercare nessuno.
È più facile limitarsi.
Perché ti sembra che nessuna delle persone che conosci possa essere qualcuno per te, ora.
No, non stai bene con te stesso, altrimenti non soffriresti.
C’è qualcosa che devi fare, che dovresti già aver fatto, che il tuo “Io” reclama da tempo e che ancora non ti sei deciso a fare.
E questo porta sofferenza.
Quella stessa sofferenza che chiunque prova dopo essere stato partorito, ma che nel tempo qualcuno impara a sedare un po’ meglio di qualcun altro.
Quasi come quando sei in mezzo ad una festa, non so, una sagra di paese, magari al tramonto, nel momento in cui la vita della giornata è già stata consumata quasi interamente.
Luci fredde e calde si mescolano, senti il vociare delle persone, ma le senti distanti e non le conosci, la tua non s’interseca con la loro esistenza.
Magari potrebbe, ma non ora.
Senti il profumo di cose buone, quel profumo che spesso inganna.
Tuttavia c’è un’atmosfera allegra, che in qualche modo cerca di cullarti.
Ed è proprio in mezzo a questa rocambolesca esplosione di tradizioni, che senti chiamare il tuo nome.
È un momento.
Ti giri di riflesso verso il punto da cui hai sentito provenire la voce.
La tua mente in frazioni di secondo ha già elaborato una sequenza importante di informazioni.
Ma è la sorpresa la sensazione più bella, la voglia di scoprire chi è che ti chiama, chi in questo momento ti conosce così bene da pronunciare forte il tuo nome, chi in mezzo a centinaia di persone porge la sua attenzione proprio a te, da renderti più importante in quell’istante di tutte le altre.
Non ci si ferma mai a ragionare su queste cose, ma sono frammenti che il nostro cervello registra positivamente nel nostro corpo.
Soprattutto in maniera inconscia, perciò nella maniera più vera.
Ma poi i tuoi occhi mettono a fuoco la situazione, i dati trasmessi alla tua mente arrivano diversi da quelli che già aveva elaborato.
Vedi una donna gettarsi al collo di un uomo che ha circa la tua età e che con tutta probabilità è un tuo omonimo.
Allora fai finta di niente, mentre il sorriso che già accennavi muore.
“Che stupido” pensi, cercando di resuscitarlo.
Minimizzi, rendi piccola la cosa, ma il tuo cuore sta sanguinando e a stento te ne accorgi.
Allora torni sui tuoi passi, cerchi di distogliere subito quella sensazione di delusione appena accennata e cammini verso ciò che stavi facendo.
O che non stavi facendo.
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