Sulle tracce del Mostro di Firenze

Da una mia analisi e ricostruzione interpretativa

© Mirko Francesconi. Elaborato originale. Tutti i diritti riservati.

Nota

Il testo firmato da Mirko Francesconi ha esclusivamente valore interpretativo e culturale, privo di finalità accusatorie o giudiziarie.
Ogni riferimento a persone e fatti è trattato nel rispetto delle fonti e della memoria delle vittime.


La vicenda del cosiddetto “Mostro di Firenze” rappresenta una delle ferite più profonde e irrisolte della storia criminale italiana.
Troppo spesso è stata raccontata attraverso sensazionalismo, scorciatoie mediatiche o semplificazioni giudiziarie, perdendo di vista la coerenza logica degli eventi e la loro progressione nel tempo.
In questa mia breve analisi ho cercato di ricostruire i fatti salienti secondo un criterio razionale, distinguendo ciò che appartiene all’istinto umano da ciò che invece risponde a una ritualità metodica.
E il risultato di questa osservazione mi porta a una conclusione ben precisa.
Andiamo per gradi.

L’origine di tutto è da ricondurre al duplice omicidio di Signa del 1968, in cui Barbara Locci e Antonio Lo Bianco vennero uccisi a colpi di pistola mentre si trovavano appartati in auto.
Il contesto di quel delitto era strettamente personale e passionale, radicato nelle tensioni interne della cosiddetta “pista sarda”, tra gelosie, tradimenti e rancori familiari.
L’arma utilizzata, la famigerata pistola Beretta 70 calibro .22 LR, caricata con proiettili Winchester serie H, è l’unico elemento che sopravviverà al primo omicida per riemergere, identica, nei delitti successivi.
Ma nel 1968 non esiste ancora il “Mostro”: esiste un uomo che uccide per rabbia e per mania di possesso, travolto da impulsi primitivi. Non per simbolo.
Quello del ’68 è un delitto umano, istintivo, non ancora rituale: si tratta del cosiddetto omicidio “emotivo”.

Ma proseguiamo.

Dopo il fattaccio l’arma scompare.
Ma proprio qui sta l’assurdità principale della vicenda: ricomparirà infatti dopo sei lunghi anni con le stesse rigature e proiettili identici, per poi firmare tutti i duplici omicidi dal 1974 al 1985!
Un aspetto questo, che ha davvero dell’incredibile.
Da qui nasce l’ipotesi più plausibile: un passaggio di mano…
Forse a un familiare, a un amico oppure a un conoscente che eredita non solo la pistola, ma anche la storia che essa porta con sé.
Forse è qualcuno che trova l’arma dopo che fu fatta sparire o forse un individuo della cerchia dei guardoni (attività apparentemente radicata in zona), che riesce a rubarla. Chissà.
Una cosa però è certa: questa persona è consapevole del simbolismo oscuro che l’arma incarna, sa che ha già ucciso e in qualche modo ne è inebriato.
È in questo snodo che si consuma la trasformazione: il gesto omicida non nasce più da una pulsione momentanea, ma da un bisogno interiore di emulazione, di dominio e di controllo.
L’atto smette di essere vendetta e diventa arte macabra e oscura.
Nasce così un nuovo omicida, diverso dal primo sia per intelligenza che per freddezza e metodo.
Esce di scena il killer improvvisato (o quasi) e fa la sua comparsa l’autore seriale, freddo e metodico.

E’ il 1974 a segnare la prima apparizione del vero “Mostro di Firenze”.
A Borgo San Lorenzo, in località Rabatta, una coppia di giovani fidanzati viene colpita mentre si trova, guarda caso, anch’essa appartata in auto.
L’autore del duplice omicidio sembra non conoscere le vittime, sceglie il luogo con cura, agisce di notte e si muove con la sicurezza di chi conosce perfettamente il territorio.
E’ consapevole di ogni sua mossa e non lascia tracce riconducibili.
Da questo momento il delitto non è più esplosione emotiva, ma un progetto allucinato che prende forma e si protrarrà nel tempo.
Quello del 1974, infatti, è solo un esperimento, che però riesce: l’assassino si mostra freddo, preciso, metodico, regge emotivamente, capisce che può continuare.
Nel suo nascente modus operandi il movente è scomparso, resta solo la necessità di compiere il gesto.
Appare per la prima volta una sevizia a sfondo sessuale (inserzione del tralcio di vite), ancora grezza, ma che affinerà ed eseguirà con crescente attenzione nei delitti successivi, fino a trasformarla in una vera e propria mutilazione.
La violenza assume ora un carattere rituale, come se il killer ricercasse un equilibrio interiore dato da un cortocircuito psicologico.
Il mostro, di fatto, è ossessionato da un concetto simbolico: punire e disonorare la donna neutralizzando l’uomo, ovvero il proprio rivale.
Da come agisce, si potrebbe ipotizzare che l’assassino soffra di DOC o Disturbo Ossessivo Compulsivo (mia ipotesi narrativa e non clinica), la sua mente è estremamente vigile e lucida, sensibile e creativa; controlla ripetutamente ogni sua singola azione e mantiene il controllo assoluto di ogni aspetto della realtà in cui si immerge.

Nel decennio successivo, tra il 1974 e il 1984, il killer perfeziona ulteriormente la propria opera.
Ogni scena del crimine mostra un’evoluzione tecnica: la scelta dei luoghi diventa sempre più strategica, l’approccio più silenzioso, la gestione della fuga sempre più efficiente.
Si evidenzia sempre più la presenza di un soggetto organizzato, dotato di una forma mentis razionale, forse con esperienza militare o di caccia, capace di mantenere il sangue freddo e di pianificare ogni dettaglio con rara meticolosità.
Non si tratta di un branco, è un uomo solo, con un alto grado di autocontrollo e una progressiva padronanza del proprio rituale.
Un gruppo di omicidi lascerebbe tracce, creerebbe rivalità, incomprensioni, inaffidabilità.
I delitti di questa seconda fase sono invece l’opera di un individuo scaltro (lo dimostrano anche le sfide nei confronti della magistratura e il giocare con le istituzioni tramite servizi postali -in primis la busta del 1985- e telefonate anonime sospette), ossessionato dall’esaltazione del proprio potere, non di un manipolo improvvisato di guardoni o di personalità fragili.
No, non c’è proprio spazio per l’improvvisazione.
E proprio il 1984 segnerà per il Mostro un macabro primato: l’apoteosi del delitto perfetto.
Quell’ennesimo duplice omicidio, feroce ed efferato, diverrà infatti il suo personale “capolavoro”.
Il killer non sbaglia nulla, la sua condotta maniacale è da manuale: dalle uccisioni fino al rituale della mutilazione.


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E’ però nell’ultimo omicidio, quello dei due giovani turisti francesi a Scopeti nel settembre 1985, il punto di massima espressione, ma insieme di contraddizione, dell’intero fenomeno.
La ricostruzione ufficiale stabilisce che Jean-Michel Kraveichvili, seppur ferito, riuscì a fuggire distanziando l’omicida di alcune decine di metri, venendo poi inseguito, raggiunto e finito, secondo alcune ricostruzioni con colpi d’arma da fuoco, secondo altre con netti fendenti da arma bianca alla gola.
L’assassino tornò quindi sulla scena per completare il solito rituale sul corpo della donna, Nadine Mauriot, e infine scomparve senza lasciare tracce.
E’ un letale predatore.
Una tale combinazione di controllo, lucidità, forza fisica e dominio emotivo non è compatibile con i profili dei nuovi futuri sospettati: Pietro Pacciani, Mario Vanni o Giancarlo Lotti.
Uomini già allora avanti con gli anni, debilitati, disordinati, facilmente suggestionabili e privi di capacità operative o resistenza fisica.
Al massimo figure marginali, testimoni di passaggio o individui manipolati, ma non compatibili con la figura del Mostro.
La dinamica di Scopeti, come tutte le altre, richiede un solo autore: esperto, silenzioso, abituato a muoversi nel buio e a dominare la paura.
Mentre i cosiddetti “compagni di merende”, mostrano un profilo intellettuale basico (se non con deficit cognitivi), con bassa scolarizzazione, incapacità di pianificazione, instabilità psico-emotiva e tendenza alla vanteria e confabulazione.  

Provate idealmente a collocare questi tre individui sulla scena del delitto e traetene le vostre conclusioni…  

I processi degli anni Novanta, fondati su confessioni contraddittorie e prive di riscontri tecnici, hanno costruito una narrazione popolare più che una verità giudiziaria.
I “compagni di merende” rappresentarono un comodo simbolo da offrire alla pubblica opinione: tre colpevoli facili, riconoscibili, appartenenti a un mondo rurale degradato, scelti (da chi?), per chiudere il caso.
Ma la logica dei fatti, la cronologia e le evidenze balistiche raccontano un’altra storia: quella dell’autore invisibile, disciplinato, intelligente, rimasto sempre un passo avanti alle indagini.
Pacciani e i suoi non erano il Mostro, al massimo potevano averne incrociato l’ombra.

Quando poi, nel febbraio del 1998, lo stesso Pietro Pacciani fu trovato morto nella sua casa di Mercatale Val di Pesa, la procura archiviò il caso come morte naturale.
Ma quella morte segnò di fatto la fine di una linea d’indagine e la chiusura definitiva di ogni ipotesi alternativa.
Non la fine di un colpevole, sia chiaro, ma la fine di un comodo capro espiatorio.
La verità, ancora una volta, naufragò nel silenzio.

C’è altro da aggiungere? Se ne potrebbe parlare per ore, ma in questa riflessione volevo arrivare diretto all’osso della questione.
Ribadisco dunque la mia conclusione, ovvero che i delitti attribuiti al Mostro di Firenze siano stati l’opera di due assassini distinti, legati da un’unica arma e da un filo conduttore simbolico.
Il primo, nel 1968, uccise per motivazione d’onore; il secondo, dal 1974 al 1985, uccise per necessità interiore, per ossessione e megalomania crescente.
E in mezzo, ci fu il passaggio d’eredità: l’arma che rappresentò il ponte tra follia istintiva e follia lucida; la trasmissione del male come memoria, che evolse da motivazione a metodo.

In questa riflessione non ho cercato un colpevole, ma una coerenza.
E la coerenza, oggi, dice che il Mostro di Firenze è divenuto soprattutto un concetto: quello del male assoluto, che mutando forma è sopravvissuto alla giustizia.

©Mirko Francesconi
Faenza, novembre 2025


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In questa pagina ho raccolto cronologia, piste ufficiali e ipotesi meno note, nel tentativo di tenere viva la memoria di una storia che rischia di essere dimenticata.


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