Un cold case dimenticato tra droga, prostituzione e periferia
Questa pagina è una ricostruzione divulgativa basata su articoli di stampa, sentenze e materiali pubblici disponibili sul caso di Antonella Ghetti.
I fatti riportati, le date e i nomi sono tratti da fonti aperte e verificabili; eventuali errori possono essere segnalati all’autore per una pronta correzione.
Riferimenti a indagini o procedimenti giudiziari non intendono in alcun modo attribuire responsabilità diverse da quelle stabilite nelle sedi competenti.
Questa pagina ha finalità esclusivamente informative e di memoria storica.
© Mirko Francesconi. Elaborato originale. Tutti i diritti riservati.

Una storia quasi dimenticata
Tra le tappe della geografia nera, appartenente alla Romagna sanguigna, emergono storie di delitti più o meno famosi che balzano periodicamente alle cronache, ed altri, che rimanendo pressoché anonimi, sono destinati a scivolare nel silenzio più totale.
La storia di Antonella Ghetti, uccisa nell’estate del 1987 alle porte di Faenza, appartiene a questa seconda categoria: un omicidio irrisolto, archiviato e ormai uscito dalla memoria collettiva.
E questo nonostante la violenza spietata utilizzata per compiere l’atto. Ravenna&Dintorni
In questa pagina cercherò di ricostruire le dinamiche di quel triste passato. Con un intento: quello di restituire dignità e contesto a una ragazza di cui, troppo spesso, si è parlato solo come “prostituta uccisa”.
Chi era Antonella
Antonella Ghetti era una giovane ragazza residente a Forlì (oggi FC, allora FO), precipitata troppo presto nel vortice distruttivo dell’eroina, quando la droga non era solo cronaca, ma una sorta di devastante epidemia che attraversava le città e le province degli anni ’80.
Come spesso accadeva ai tempi, ben presto la dipendenza spinse Antonella in una direzione quasi obbligata: prostituirsi per pagarsi le dosi.
Siamo nella zona della statale Emilia fra Forlì e Faenza, in un’epoca ancora lontana dall’arrivo massiccio della prostituzione straniera, dei racket organizzati e delle “piazzole” gestite. A quel tempo, chi stava sul ciglio della strada, spesso lo faceva in modo isolato, precario e quasi invisibile.
Antonella era descritta da chi la conosceva come una ragazza timida e mite, vittima della vita che conduceva.
Nel tempo (al momento della morte risultava fare uso di droga da circa cinque anni), aveva tentato più volte di uscire dalla dipendenza, e proprio a tal proposito, secondo le ricostruzioni, pochi giorni prima di morire, a soli vent’anni, avrebbe fissato con la madre un appuntamento chiave: l’inizio della disintossicazione al Sert, il lunedì successivo.
Ma quel giorno non sarebbe mai arrivato.
L’ultima notte: 30 agosto 1987
È la domenica del 30 agosto 1987, quando inizia la notte di Antonella.
Una nottata che ne ricalca altre centinaia, tutte identiche, tutte squallide, come al solito.
-Ma poi passa… – si fa coraggio lei ogni volta.
Il luogo è il solito: lungo la via Emilia, nella zona di Villanova, vicino al vecchio stabilimento Becchi (ora Zanussi), sotto un lampione.
È qui che Antonella attende i clienti.
Poi, quando la raggiungono, si sposta verso Faenza, tra soste secondo le sue indicazioni, in luoghi che chi frequenta le “lucciole” di quegli anni conosce molto bene: Cosina, Via Mano, i bivi, quello con Reda, quello Forlivese. Il Resto del Carlino
A un certo punto della notte, non si sa in quale “piazzola” dedicata, la ragazza sale sull’auto del suo ultimo cliente. Dell’uomo che sarà il suo carnefice.
Non ci sono altre prostitute nei paraggi, né amiche o altri clienti presenti: nessuno successivamente sarà in grado di risalire all’identità di quella persona.
Antonella viene uccisa quella stessa notte fra le 3.00 e le 4.00 del mattino (nota del medico legale).
Verrà colpita con una serie di fendenti al torace – una dozzina di coltellate – mentre con ogni probabilità si trova all’interno dell’auto del suo assassino. Il movente appare un impulso improvviso: un impeto d’ira scaturito forse da un rifiuto, magari dal diniego di una richiesta sessuale ritenuta inaccettabile dalla ragazza. Non risultano elementi di rapina o di accanimento “rituale”, solo l’esplosione di una violenza incontenibile.
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Il ritrovamento in via Banaffa
Alle sei del mattino del 31 agosto, un giovane agricoltore intento a recarsi al lavoro, trova il corpo di Antonella in via Banaffa, una laterale della via Emilia alle porte di Faenza, davanti all’ingresso del civico 14.
È un luogo, sì, di periferia, ma nemmeno troppo isolato, su una strada mediamente trafficata abbastanza vicina alla zona in cui lei era solita prostituirsi.
La scena che il ragazzo, i soccorritori e gli inquirenti si trovano davanti è cruda e raccapricciante. È però l’unica certezza dal punto di vista investigativo che rivela dettagli incontestabili:
- Il corpo quasi nudo
- Una maglietta a righe intrisa di sangue e squarciata in più punti
- I jeans abbassati, indossati solo sulla gamba destra
- Una sola scarpa calzata, l’altro piede nudo
- A terra, poco distante dal corpo, l’arma del delitto: un coltello insanguinato con la lama di circa 8 cm
- Sul corpo della ragazza un pacchetto di sigarette, gettato forse dall’assassino
Quando il medico legale sfila l’altra scarpa, vi troverà celate duecentomila lire: è il denaro guadagnato da Antonella quella notte.
Un dettaglio questo, che ancora oggi fa pensare ad un movente che non fosse una rapina andata storta.
O forse solo per puro caso l’assassino non se ne accorse?
Ma c’è un ulteriore elemento disturbante: verso le 5.15, circa tre quarti d’ora prima del ritrovamento del cadavere, due netturbini dichiareranno di essersi fermati davanti al civico 15 per la raccolta rifiuti… e di non aver notato alcun corpo.
Il medico legale, però, non transige sull’orario della presunta morte: è certo che sia avvenuta tra le 3.00 e le 4.00.
Restano allora due ipotesi: o il corpo non c’era ancora – il che implicherebbe che l’assassino abbia vagato per ore con un cadavere in auto, scenario giudicato poco plausibile, ma nemmeno del tutto assurdo – oppure, semplicemente, nel buio (buio?) i netturbini non lo videro. Improbabile? Sì, ma comunque possibile.
E il mistero si infittisce.
Indagini difficili, nessun colpevole
Le indagini si scontrano subito con il limite dell’epoca: nessuna telecamera nei cortili o sulle strade, nessun telefono cellulare, nessun esame del DNA.
E lo schema classico dei casi di prostituzione è purtroppo spietato: l’assassino è spesso un cliente occasionale, che non ha legami con la vittima se non pochi minuti di contatto anonimo.
Gli investigatori passeranno al setaccio le auto dei clienti abituali, i veicoli degli amici e conoscenti, le macchine dei piccoli spacciatori di zona.
Ma non emergeranno tracce di sangue, né elementi utili per una svolta.
All’epoca il luminol non era di uso comune: bastava una pulizia accurata per cancellare buona parte delle prove.
Verrà tentata anche la trappola “attiva”: una prostituta amica di Antonella (ma forse sarebbe stato meglio accordarsi con una estranea, in quanto l’assassino potrebbe aver evitato appositamente persone vicino alla ragazza), si ritroverà a fare da esca al mostro, mentre gli inquirenti la controlleranno a distanza notte dopo notte, annotando targhe, movimenti, possibili clienti sospetti.
Ma nemmeno questo porterà a risultati concreti.
Alla fine, per il PM dell’epoca, non resta che gettare la spugna e chiedere l’archiviazione del caso.
Quello di Antonella Ghetti diviene così un cold case romagnolo, citato di tanto in tanto negli elenchi dei delitti irrisolti della provincia di Ravenna: la giovane e fragile ragazza forlivese che viene ammazzata nel buio delle campagne faentine, senza che sia stato trovato un colpevole.
Anzi: col trascorrere del tempo si insinua la raggelante ipotesi di un assassino ancora vivo e custode di un segreto mostruoso. Cosa, tra l’altro, plausibile ancora oggi.
Un tassello in un mosaico più grande
L’omicidio di Antonella non è un episodio isolato.
Negli anni successivi, sulla costa ravennate e fra Ravenna, Faenza e Forlì, si registreranno altri casi di donne legate alla prostituzione uccise o scomparse, spesso in contesti di estrema marginalità e con modalità violente, rimasti a loro volta irrisolti. estense.com
In alcuni articoli e inchieste locali, questo gruppo di delitti viene citato come una sorta di “filo nero” delle strade romagnole: storie di vittime poco “interessanti” mediaticamente, spesso emarginate.
Storie difficili da raccontare e ancora più difficili da indagare a fondo.
L’omicidio di Antonella Ghetti si piazza ai vertici di questa lunga serie, quasi un caso-simbolo di quanto certe vite potessero, e possano ancora, essere sacrificabili.
Perché raccontare oggi la storia di Antonella
Parlare oggi di Antonella Ghetti significa:
- Restituirle identità
Antonella non era una “prostituta uccisa a Faenza”, ma una ragazza con un nome, una città d’origine, una famiglia e un tentativo in atto di uscire dall’eroina. - Ricordare il contesto di quegli anni
Gli anni Ottanta non erano solo un immaginario da cartolina: dietro invitanti apparenze nascondevano infatti siringhe, periferie e lampioni nella notte, giovani che scivolavano ai margini della società, diventando spesso malcapitati protagonisti di cronaca nera. - Tenere aperta una ferita collettiva
Anche se il procedimento è stato archiviato e il caso considerato “chiuso”, dal punto di vista umano resta una ferita aperta di cui si deve mantenere una traccia: come nelle guerre, è la memoria a fare da monito a certe tragedie offrendo i presupposti per arginarle.
Cronologia del caso Antonella Ghetti
- Anni ’80 – Romagna
Esplode l’emergenza eroina tra Forlì, Faenza e la riviera. Molti giovani, come Antonella, entrano nel giro della dipendenza e della micro-criminalità legata alla droga. - Estate 1987 – Forlì / Via Emilia
Antonella Ghetti, 20 anni, forlivese, tossicodipendente, si prostituisce lungo la via Emilia tra Forlì e Faenza per mantenere la propria tossicodipendenza. - Domenica 30 agosto 1987, sera – Via Emilia
Antonella è in strada in zona Villanova, sotto un lampione, in attesa di clienti. A un certo punto sale su un’auto: è il suo ultimo cliente. - 30–31 agosto 1987, tra le 3:00 e le 4:00 – in auto
Secondo il medico legale, Antonella viene uccisa con numerose coltellate al torace mentre si trova nell’abitacolo dell’auto. Il movente sembra una violenta esplosione d’ira, non una rapina. - 31 agosto 1987, ore 5:15 circa – via Banaffa (Faenza)
Due netturbini passano in via Banaffa per la raccolta rifiuti. In seguito dichiareranno di non aver notato il corpo sul ciglio della strada. - 31 agosto 1987, ore 6:00 – via Banaffa
Un giovane che si sta recando al lavoro nei campi scopre il corpo di Antonella davanti al civico 14. È quasi nuda, con una sola scarpa, la maglietta insanguinata, i jeans abbassati, l’arma del delitto a terra, poco distante. Nella scarpa indossata vengono rinvenuti i soldi guadagnati nella notte. - Settimane / mesi successivi – Indagini
La Polizia ascolta clienti, conoscenti, piccoli spacciatori, controlla auto sospette. Si tenta anche un’operazione “esca” con un’amica prostituta di Antonella, ma nessun elemento risulta decisivo. - Anni successivi – Archiviazione
In assenza di prove e di un sospetto concreto, il fascicolo viene archiviato. L’omicidio di Antonella Ghetti resta un cold case irrisolto della cronaca nera romagnola. Il sospetto di un assassino ancora in vita e custode di un terribile segreto aleggia tra le persone a conoscenza del caso.
©Mirko Francesconi
In memoria di Antonella Ghetti e di tutte le vite inghiottite dagli orrori ai bordi della strada.
Se sei arrivato fin qui, significa che questo caso ti ha colpito almeno quanto ha colpito me.
In questa pagina ho raccolto cronologia, piste ufficiali e ipotesi meno note, nel tentativo di tenere viva la memoria di una storia che rischia di essere dimenticata.
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