Il Mostro della Luna Piena

I delitti del Licantropo di Parma

Quello che segue è un lavoro di ricostruzione storica basato su fonti giornalistiche, librarie e documenti d’archivio precedentemente pubblicati.
Il caso è tuttora irrisolto: nessuna persona è mai stata condannata per i delitti descritti in questa pagina.
Eventuali riferimenti a sospetti o ipotesi investigative riflettono esclusivamente ciò che emerge dalle fonti, senza attribuire colpevolezze individuali in assenza di sentenze.
Questa pagina ha finalità esclusivamente informative.

© Mirko Francesconi. Elaborato originale. Tutti i diritti riservati.

Un killer misterioso colpisce nella provincia emiliana

Parma, dopoguerra.
Una città che si sta trasformando.
In equilibrio tra la provincia che rinasce e le ombre dei suoi quartieri più poveri e decadenti, a partire dal 1954, una serie di femminicidi legati al mondo della prostituzione, sconvolge la cronaca locale.

Le vittime accertate collegate al cosiddetto Mostro della Luna Piena (che in questa pagina chiameremo anche, in chiave simbolica e narrativa, “Licantropo di Parma”) sono quattro:

  • Domenica Rustici
  • Ermina Mori
  • Elide/Elda Belmesseri
  • Bianca Miodini
    Gazzetta di Parma

Quattro donne molto diverse, accomunate da una vita ai margini e da una morte violenta, avvenuta tra il 1954 e il 1967 nella città ducale.
Secondo il lavoro di ricerca di Gian Guido Zurli ed Edoardo Fregoso, autori del volume L’assassino del plenilunio. Il mistero dei delitti del Mostro di Parma, si tratta di un vero e proprio serial killer mai identificato, oggi considerato uno dei più emblematici cold case del dopoguerra parmigiano.


Parma negli anni ’50: tra luci del centro e ombre di periferia

Le ricostruzioni recenti restituiscono una Parma molto diversa da quella odierna:

  • Una città dove la prostituzione di strada è diffusa, tra il Lungoparma, le vie del centro e le strade di campagna appena fuori.
  • Pensioni economiche, bettole e piccoli locali che diventano punti di incontro fra “mondane”, clienti e piccoli delinquenti.
  • Un contesto in cui chi scivola fuori dal perimetro della “buona società” rischia di sparire nel buio senza lasciare traccia.

È in questo mondo ai margini, fatto di notti umide, di nebbia sugli argini dei torrenti e di periferie mal illuminate, che si muove l’assassino. E in almeno tre casi, le cronache e le inchieste successive, sottolineano un elemento inquietante: gli omicidi avvengono in notti di luna piena. http://www.7giorni.info


Le vittime: quattro vite spezzate da un “predatore

Domenica Rustici

La storia di questo caso inizia all’alba del 6 novembre 1954, nella foschia di una mattina di campagna. Un bracciante, Ermenegildo Bottazzi, trova il corpo di una donna abbandonato lungo un sentiero nella zona rurale alle porte di Parma (le fonti parlano della frazione di Mariano).

La donna è elegante, porta un abito nero leggero, insolito per il freddo di novembre. Al collo ha un foulard di seta stretto con forza, abbastanza da non lasciare dubbi sulla causa della morte.
Non ci sono segni di colluttazione né polvere sulle scarpe: tutto fa pensare che il cadavere sia stato trasportato lì dopo l’omicidio. Ipotesi tra l’altro rafforzata dalla presenza di tracce di pneumatici nei pressi del ritrovamento.

L’identificazione arriva in fretta: si tratta di Domenica Rustici, 39 anni, originaria della zona montana vicino a Berceto. Domenica è arrivata a Parma con l’intenzione di garantire la scuola ai figli, ma si è ritrovata a vivere in condizioni precarie.

Secondo le cronache, era conosciuta nei vicoli come “la Signora” per il portamento elegante e gli abiti curati, che la distinguevano dalle altre donne di strada. Pare portasse spesso un orologio costoso che, sul cadavere, non verrà rinvenuto.

Le indagini si concentrano anche su una Fiat Topolino vista in zona, ma l’esame di numerose vetture simili non porta a nulla. Il fascicolo viene archiviato contro ignoti: il caso sembra isolato, ma si scoprirà non esserlo.


Ermina Mori

La mattina del Venerdì Santo, 8 aprile 1955, un secondo corpo di donna viene ritrovato lungo l’argine del torrente Baganza.
È Ermina Mori, 32 anni, anche lei con una vita segnata dalla povertà e dalla marginalità.

Le fonti descrivono la sua esistenza come durissima:

  • Origini umili.
  • Una madre soprannominata: “Ilda la strega”.
  • Fuga da casa e approdo a Parma, dove finisce per vivere in un anfratto di fortuna, in condizioni disumane.

I suoi conoscenti la soprannominano in modo crudele, “la cagna”, sapendo che si prostituisce per sopravvivere.

Sul corpo emergono lividi al volto e un evidente tumefazione intorno al collo. Come per Domenica, la causa di morte è un’azione violenta: nelle sintesi giornalistiche si parla di strangolamento, mentre le analisi successive sui fascicoli indicheranno un quadro più sfumato di “soffocamento/pressione sul viso o sul collo“.
In ogni caso, si tratta di un omicidio.

Anche Ermina è stata uccisa in una notte di luna piena, anche lei viene ritrovata in una zona isolata e periferica.
A questo punto gli inquirenti iniziano a sospettare un collegamento: che qualcuno stia prendendo di mira una precisa tipologia di vittime?


Elide/Elda Belmesseri

La terza vittima è Elide (o Elda) Belmesseri, soprannominata “la Pastora” per le sue origini montane. Abbandonato non ancora ventenne il suo paese di origine, sogna una vita migliore a Parma, ma finisce anche lei col vivere ai margini.

Dalle ricostruzioni emerge che, nonostante la giovane età, avrebbe già avuto piccoli guai giudiziari come complice di truffe minori. Il suo è considerato il delitto più brutale, e per gli autori di L’assassino del plenilunio è proprio questo delitto a raccontare più di tutti la mano dell’assassino.

Secondo fonti e sintesi giornalistiche, il suo cadavere viene rinvenuto abbandonato in periferia, in una zona frequentata da coppie clandestine.
La sua morte risale ad un lasso di tempo compreso tra il 7 e l’8 aprile 1955, durante l’ennesimo plenilunio.

La dinamica è la solita, particolarmente significativa:

  • Le analisi sui fascicoli dell’epoca indicano che l’assassino tentò inizialmente di soffocarla premendole un indumento sul viso.
  • Di fronte al fallimento del primo tentativo, le avrebbe poi gettato le mani al collo, portando a termine l’omicidio per strangolamento.

Con tre donne uccise in modo del tutto analogo, tutte legate alla prostituzione, tutte trovate in luoghi isolati e, nei primi tre casi, in concomitanza del plenilunio, la polizia inizia a parlare apertamente di “omicida seriale“.


Bianca Miodini

Per oltre dieci anni sembra calare il silenzio…
Poi, il 10 luglio 1967, la città viene scossa da un nuovo delitto: nel piccolo appartamento al numero 9 di borgo Merulo, in pieno centro, viene trovata morta Bianca Miodini, 54 anni, nota come “la Bianchina”.

Bianca è una prostituta “storica” della zona. Una delle immagini che restano di lei nelle cronache, è quella del campanellino che usa per richiamare i clienti.

Viene ritrovata distesa sul letto, con le gambe scoperte e gli occhi spalancati rivolti al soffitto. È stata strangolata con un foulard e questa volta all’interno della stanza in cui lavorava.

L’omicidio avviene in un’epoca in cui la città sta mutando: la prostituzione si è parzialmente spostata da strade e argini a stanze e appartamenti del centro. Nonostante le differenze di contesto, le analogie sono troppe perché questo delitto venga considerato slegato dai precedenti. Gli inquirenti ritengono che per una serie di elementi tecnici e ricorrenti, non sia possibile escluderlo dalla catena dei delitti attribuibili al Mostro di Parma.
Gazzetta di Parma


Il “Licantropo di Parma”: modus operandi e firma

Dalle fonti d’epoca e dal lavoro sistematico di Zurli e Fregoso sui fascicoli, emergono alcuni tratti comuni:

  • Tipologia di vittime
    Tutte donne adulte, con storie diverse ma accomunate dal fatto di vendere il proprio corpo: dalla escort di livello più alto (Domenica) alla donna poverissima e addirittura priva di casa (Ermina), fino a figure come Elide Belmesseri e Bianca Miodini.
  • Area geografica
    I delitti avvengono in diverse zone, ma tutti nella stessa città: Parma.
    In campagna, lungo i torrenti, in periferia e in centro storico (Borgo Merulo).
  • Dinamica della morte
    Il quadro più aggiornato, basato sulla rilettura dei fascicoli, parla di un assassino che uccide per soffocamento o strangolamento:
    • in tre casi su quattro soffocando le vittime (viso premuto a terra o contro un supporto morbido),
    • nel caso di Elda/Elide Belmesseri ricorrendo allo strangolamento “classico” al collo dopo aver tentato il soffocamento.
  • Scelta dei luoghi
    Nei primi tre casi, i corpi sono abbandonati in zone isolate: campagne, argini, periferie. In almeno un caso (Domenica) è probabile che il cadavere sia stato trasportato a bordo di un’auto e lasciato sul posto.
  • La luna piena
    Le cronache e il podcast Dark Souls – Storie di serial killer sottolineano come almeno i primi tre omicidi avvengano in weekend di plenilunio, dettaglio che contribuirà a fissare l’etichetta mediatica di “mostro della luna piena”.

È su questo sfondo simbolico (la violenza che colpisce donne invisibili, la città che guarda da lontano, la luna piena come presenza silenziosa), che prende forma, nell’immaginario, la mia idea del “Licantropo di Parma”: un predatore in apparenza “normale”, nascosto nella quotidianità della città.


Le indagini: un cold case costruito pezzo per pezzo

Gli anni ’50 sono un’epoca in cui:

  • Non esistono banche dati digitali.
  • Non esistono analisi del DNA.
  • Il concetto stesso di serial killer non è ancora entrato negli strumenti operativi di polizia.

Secondo gli autori di L’assassino del plenilunio, però, la Squadra Mobile e i Carabinieri lavorarono a fondo sul caso, con tutti i mezzi disponibili al tempo: decine di interrogatori, controlli su auto sospette, comparazione di orari e alibi dei clienti abituali delle vittime.

Un aspetto significativo della storia è quello dei fascicoli d’indagine:

  • Negli anni Novanta, il ricercatore Gian Guido Zurli ottiene dal Tribunale il permesso di fotocopiare i quattro fascicoli dei delitti.
  • Anni dopo, quando tenta di riprodurli con strumenti migliori, scopre che i fascicoli del primo e del terzo omicidio sono stati distrutti per ragioni di spazio.
  • In seguito, anche gli altri due fascicoli risultano non più rintracciabili negli archivi, tanto che le uniche copie complete sono quelle conservate dagli autori.

Per le fotografie e i materiali iconografici, Zurli e Fregoso si appoggiano anche all’archivio della Polizia Scientifica di Parma, lavoro confluito nelle mostre e nei volumi Parma vista con gli occhi della Polizia Scientifica.

Oggi, non esistono più reperti utilizzabili per nuove analisi forensi; le vittime sono sepolte da decenni, i responsabili presumibilmente morti, i fascicoli originali dispersi o distrutti. Il caso è a tutti gli effetti chiuso sul piano giudiziario.


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Sospetti, piste e limiti delle ipotesi

Il medico senza nome

Dalle interviste pubblicate sulla Gazzetta di Parma emerge che, per Zurli e Fregoso, gli inquirenti dell’epoca erano arrivati molto vicino a identificare l’assassino.

Le fonti parlano di un medico parmigiano, già attenzionato per uno dei primi delitti:

  • Viene fermato e interrogato in relazione all’omicidio di una delle vittime.
  • Il suo alibi presenta zone d’ombra.
  • Ha mezzi e opportunità compatibili con i delitti.

Secondo gli autori, le forze dell’ordine dell’epoca erano convinte di aver individuato il responsabile, ma una decisione della magistratura, motivata da valutazioni sul profilo pubblico di quest’uomo, avrebbe portato a lasciare cadere l’ipotesi e archiviare i casi contro ignoti.

Nel libro, per ragioni etiche e legali, il medico viene indicato solo con le iniziali, proprio perché alcuni suoi discendenti sono ancora in vita e il suo nome non fu mai reso pubblico. Di conseguenza, anche in questa pagina non verrà riportato alcun dato identificativo.

È fondamentale ribadirlo:

Non esiste alcuna sentenza che colleghi in modo definitivo una determinata persona ai delitti del Mostro della Luna Piena.

Le ipotesi sugli autori del caso restano dunque ricostruzioni storiografiche (per quanto documentate) e non verità giudiziarie.


Il nobile decaduto

Le cronache e molti racconti successivi si soffermano a lungo su un’altra figura che sembra uscita da un romanzo: un nobile decaduto, marchese, marito della prima vittima e in seguito compagno convivente dell’ultima, Bianca Miodini.

Le fonti lo descrivono come:

  • Ex possidente impoverito.
  • Carattere istrionico.
  • Già condannato per sfruttamento della prostituzione.
  • Sostentato dai guadagni della compagna.

    Negli anni diventa quasi inevitabilmente il “sospettato perfetto” :
  • Legato affettivamente a due delle vittime.
  • Presente nell’ambiente del raket.
  • Personaggio ambiguo e facile da additare.

Eppure, le indagini storiche più recenti tendono a ridimensionarne il ruolo: per gli autori del libro e per la Gazzetta di Parma, rimane una figura tragica e controversa, ma non il serial killer che ha terrorizzato la città.

Anche il suo destino contribuisce all’alone di mistero che ruota su tutto il caso: muore in un incendio nella propria abitazione di campagna, in circostanze definite “misteriose” dalle cronache. Alcuni commentatori si sono chiesti se possa essere stato un modo per “mettere a tacere” qualcuno: si tratta però di speculazioni prive di riscontro in sede giudiziaria.

Di nuovo: nessuna autorità ha mai stabilito che quest’uomo fosse il Mostro di Parma, né ha mai emesso una condanna a suo carico per questi delitti.


Perché parliamo di “Licantropo di Parma”

Il nome “Mostro della Luna Piena” nasce direttamente dai giornali e dalle cronache, per la coincidenza fra i primi delitti e le notti di plenilunio, ma in questa pagina utilizzo anche l’etichetta narrativa “I delitti del Licantropo di Parma” per sottolineare:

  • Il legame simbolico fra luna piena e violenza ciclica.
  • La figura di predatore nascosto nella normalità cittadina.
  • L’idea di una figura che, come un licantropo, vive due vite: una pubblica, socialmente accettabile e una segreta, mutevole e brutale.

Si tratta di una definizione d’autore, utile a raccontare il caso in chiave divulgativa, ma che non coincide con alcuna definizione giudiziaria ufficiale e non si riferisce a una persona identificabile.


Un caso dimenticato e poi riscoperto

Per molti anni, i delitti del Mostro di Parma sembrano rimossi dalla memoria collettiva. Nelle cronache nazionali esplodono altri casi (il Mostro di Firenze su tutti), mentre il serial killer della città emiliana rimane confinato in faldoni polverosi.

Recentemente però, la storia è tornata alla ribalta grazie a:

  • il libro L’assassino del plenilunio. Il mistero dei delitti del Mostro di Parma di Gian Guido Zurli ed Edoardo Fregoso, basato su documenti d’archivio, rapporti di polizia e fotografie inedite;Amazon
  • le mostre e i volumi della serie Parma vista con gli occhi della Polizia Scientifica, che raccontano il dopoguerra parmigiano attraverso le immagini degli archivi di questura;Gazzetta di Parma
  • podcast e format true crime, in particolare Dark Souls – Storie di serial killer con l’episodio in due parti “Il killer della luna piena: la storia dimenticata del mostro di Parma”;YouTube
  • video e rubriche come “Italia crimini e misteri” di 7giorni, che presentano il caso come la storia di un serial killer, un nobile decaduto e un finale ancora enigmatico.http://www.7giorni.info

Oggi il Mostro della Luna Piena viene descritto dalle fonti locali come il più famoso cold case della provincia di Parma , indubbiamente il più noto per impatto e complessità, anche se non l’unico caso irrisolto del dopoguerra nella provincia.


Perché questa storia ci riguarda ancora

Dietro l’etichetta suggestiva di “Licantropo di Parma” non c’è solo il fascino morboso del mistero irrisolto.
Ci sono in realtà:

  • Quattro donne che non hanno mai avuto giustizia.
  • Una città che in quegli anni tollerava e al tempo stesso ignorava i propri bassifondi.
  • Un sistema investigativo che, pur lavorando con serietà, si scontrava con limiti tecnici, culturali e istituzionali.

Il Mostro della Luna Piena resta e resterà senza volto, senza nome, senza condanna. Ma la sua storia continua a parlarci di quanto sia fragile la memoria delle vittime invisibili: le donne di strada, le “mondane”, le persone senza una voce.

Raccontare oggi i delitti del Licantropo di Parma significa riportare alla luce non solo un grande cold case italiano, ma anche una parte di storia sociale rimossa: quella di quattro vite spezzate che per decenni sono state solo parole scritte in un fascicolo d’archivio.

In memoria di tutte le vite inghiottite alle periferie delle città.

©Mirko Francesconi


Se sei arrivato fin qui, significa che questo caso ti ha colpito almeno quanto ha colpito me.
In questa pagina ho raccolto cronologia, piste ufficiali e ipotesi meno note, nel tentativo di tenere viva la memoria di una storia che rischia di essere dimenticata.


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