Il Mostro di Modena

Un Cold Case enorme. Un killer ancora nell’ombra. Una scia di sangue troppo sottovalutata

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© Mirko Francesconi. Elaborato originale. Tutti i diritti riservati.

Il Mostro di Modena: otto (o forse dieci?) femminicidi irrisolti tra gli anni ’80 e ’90

Tra il 1985 e il 1995 la provincia di Modena viene attraversata da una scia di omicidi di giovani donne, tutte legate, ognuna a suo modo, al mondo della prostituzione e della tossicodipendenza.
Otto di queste vittime sono oggi considerate il “nocciolo duro” del cosiddetto Mostro di Modena, un omicida seriale tutt’ora non identificato.
A queste si aggiungono altri due femminicidi, avvenuti nel 1983 e nel 1990, ritenuti “possibili” della stessa mano, per un totale di dieci potenziali vittime.

Le modalità ricorrenti (strangolamenti, colpi di arma da taglio, uso di pietre, sparizione sistematica delle borsette) e il profilo sociale delle vittime, hanno portato parte della stampa e di alcuni investigatori, a parlare esplicitamente di “serial killer”. Al contrario, altri addetti ai lavori continuano invece a domandarsi se dietro questa scia di morte ci sia davvero un solo assassino o più autori che abbiano colpito nello stesso ambiente ai margini della società.
Polizia Penitenziaria


Contesto e nascita dell’etichetta “Mostro di Modena”

Il termine “Mostro di Modena” non nasce nelle aule giudiziarie, ma sulla stampa locale. A collegare in maniera sistematica i vari delitti è infatti il cronista di nera Pier Luigi Salinaro della Gazzetta di Modena, che per primo usa tale espressione. In parallelo, sul caso lavora per anni anche Beppe Boni de il Resto del Carlino, alimentando il dibattito pubblico su una scia di omicidi che sembrava all’epoca non suscitare particolare interesse, proprio perché le vittime erano considerate “ai margini della società”. La Stampa

Solo con il tempo, e grazie al lavoro dei due giornalisti, l’ipotesi di un serial killer comincia a emergere con forza, mentre le istituzioni, almeno in apparenza, continuano a trattare la maggioranza di questi casi come fatti isolati.


Le otto vittime “ufficiali” (1985–1995)

Di seguito la sintesi dei casi considerati “ufficialmente” collegati al Mostro di Modena, seguendo l’impostazione più condivisa da stampa e ricostruzioni recenti.

1. Giovanna Marchetti – 21 agosto 1985, Baggiovara

  • Giovanna è una giovane donna originaria di Mirandola e residente a Medolla. Per finanziare la sua dipendenza da eroina si prostituisce salendo sulle auto dei clienti, di cui il fidanzato annota sistematicamente tutte le targhe.
  • Il suo corpo viene trovato vicino a una fornace abbandonata a Baggiovara, alla periferia di Modena, con il cranio fracassato da una grossa pietra rinvenuta accanto al cadavere.
  • Sull’età esiste una piccola discrepanza: Wikipedia la indica come 18enne, mentre molti articoli e inchieste (Poliziapenitenziaria, Fanpage, Corriere, docufilm “Labbra Blu”) parlano di 19 anni.
  • Un agricoltore proprietario di una Ford, l’ultima auto su cui Giovanna sarebbe salita, viene indagato e poi prosciolto per mancanza di prove.
    Il delitto rimane senza colpevole.

2. Donatella Guerra – 12 settembre 1987, cave di San Damaso

  • Donatella, 22 anni, si prostituisce per finanziare la propria tossicodipendenza. Il suo corpo viene rinvenuto seminudo presso le cave-laghetti di San Damaso, alle porte di Modena.
  • Dai rilievi risulta aggredita sessualmente e uccisa con colpi di arma da taglio al collo e al torace (alcune fonti parlano di “colpo di punteruolo al cuore”, ma il quadro condiviso è quello di un accoltellamento multiplo).
  • Sul luogo del ritrovamento vengono rilevate un’impronta di scarpa e tracce di pneumatici riconducibili a una Fiat 131. Dall’orma si ipotizza un assassino leggermente zoppicante, ma questo dettaglio, sebbene parecchio significativo, non porta a nessuna identificazione.
  • Risulta mancante la borsetta della vittima.

3. Marina Balboni – 1° novembre 1987, tra Carpi e Gargallo

  • Amica di Donatella e anch’essa prostituta, Marina ha 21 anni ed è coinvolta nel giro dell’eroina.
  • Il suo corpo viene ritrovato in un canale lungo la strada tra Carpi e Gargallo, strangolata con il foulard che indossava al collo.
  • Nei giorni precedenti, Marina aveva scritto nei suoi diari (mai repertati dagli inquirenti) di avere un appuntamento con una “persona importante” a Modena e, secondo il padre, avrebbe commentato l’omicidio di Donatella dicendo: – Spero che non facciano fare la stessa fine anche a me -.
  • Anche in questo caso, la sua borsetta scompare.
  • L’indagine viene archiviata in tempi brevi.

4. Claudia Santachiara – 30 maggio 1989, zona Panzano/autostrada del Brennero

  • La dinamica è la stessa: Claudia, 24 anni, si prostituisce per nutrire la propria tossicodipendenza. Viene ritrovata nuda, con i collant abbassati e un cappio stretto attorno al collo. Il corpo è rinvenuto all’inizio dell’autostrada del Brennero nei pressi di Panzano di Campogalliano.
  • L’autopsia accerta l’ abuso sessuale e la presenza di DNA sotto le unghie non appartenente alla vittima, segno di una probabile colluttazione.
  • Un testimone sostiene di essersi appartato con Claudia e di averle lasciato del denaro nella borsetta, ma sul luogo del ritrovamento quella borsetta non c’è, e non è chiaro come l’uomo potesse conoscere il dettaglio dei soldi.
  • Il caso approda alla trasmissione “Telefono Giallo” di Corrado Augias: un’intervista chiave viene registrata ma il nastro, secondo diverse ricostruzioni, viene successivamente distrutto per decisioni legate all’ambiente politico modenese. Questa accusa non sarà mai ufficialmente smentita.
  • Un primo sospetto (Tommaso Nunzio Caliò) viene arrestato, ma il confronto del DNA risulta negativo e la sua posizione viene archiviata.

5. Fabiana Zuccarini – 8 marzo 1990,
San Prospero/Staggia di Bomporto

  • 21 anni, tossicodipendente, Fabiana non si prostituisce di routine, ma vive comunque ai margini. Il suo corpo viene trovato in un fosso nella zona di San Prospero (altre cronache parlano di Staggia di Bomporto, ma si tratta sempre della bassa modenese).
  • È stata strangolata, il corpo è vestito tranne che per scarpe e calze. I genitori raccontano che la sera precedente Fabiana disse di avere un appuntamento con un uomo che chiamava “lo zio ricco”. L’uomo in questione viene identificato, ma risulta avere un alibi solido.
  • Secondo amici e conoscenti, Fabiana avrebbe dovuto fare da scorta a un carico di eroina da Bologna a Modena, anche questa pista, però, si esaurisce senza esiti.
  • Una delle criticità più citate dalle ricostruzioni è la gestione superficiale della scena del crimine: il cadavere viene rimosso molto rapidamente e il PM, stando ad alcune fonti, non si reca nemmeno sul posto.

6. Anna Bruzzese (o Abbruzzese) – 4 febbraio 1992, San Prospero

  • 32 anni, originaria di Nocera Inferiore, ma ormai da tempo nel Nord Italia, Anna vive una condizione di forte marginalità. Spesso in auto con il compagno, anch’egli tossicodipendente, si prostituisce nella zona della stazione di Modena.
  • Il corpo viene ritrovato in un fosso a San Prospero, con numerose coltellate all’addome e ferite da difesa alle braccia e alle mani. Anche in questo caso, la borsetta della donna scompare.
  • Una prostituta riferisce di aver visto Anna spinta con la forza in un’auto scura (una Giulietta o “un’auto analoga”). Verranno identificate persone che non saranno poi collegate al delitto.

7. Anna Maria Palermo – 26 gennaio 1994, Corlo/autostrada del Sole

  • Poco più che ventenne, Anna vive a Fossoli e si prostituisce nella zona della stazione e del Parco delle Rimembranze a Carpi.
  • Il suo corpo viene trovato in un canale a Corlo, lungo un cavalcavia dell’autostrada del Sole, in stato di decomposizione: indossa maglia e pantaloni. Giubbotto e borsetta (con tanto di documenti), sono poco distanti. È l’unico caso in cui la borsetta non viene sottratta.
  • L’autopsia parla di dodici coltellate al torace.
  • Un ex ciclista professionista, coinvolto nel traffico di droga, viene processato in base ad alcuni indizi che sembrano pesare su di lui. Secondo le dinamiche, Anna Maria avrebbe rubato un certo quantitativo di stupefacente: quindi un regolamento di conti? Testimoni riferiscono di aver visto la ragazza salire sull’auto dell’uomo, di cui la targa risulta corrispondere parzialmente.
    Il sospettato sarà però assolto “per non aver commesso il fatto”.

8. Monica Abate – 3 gennaio 1995, Modena (centro)

  • Considerata l’ultima vittima del Mostro di Modena, Monica viene trovata morta nella sua abitazione in Rua Freda, in centro a Modena. All’inizio si parla di overdose: la ragazza è a terra con una siringa nel braccio.
  • Successivamente l’autopsia stabilisce che Monica è stata soffocata con una mano premuta su naso e bocca; la siringa sarebbe stata inserita post mortem per simulare il suo suicidio.
  • Ha segni di colluttazione sulle mani, e sotto le unghie vengono trovati frammenti di pelle. Nel cestino viene rinvenuto un preservativo usato e sulle scale sono rilevate tracce di sangue riconducibili alla coinquilina (poi prosciolta), attribuite, dalla stessa, all’uso di eroina consumata durante l’attesa della madre di Monica.
  • Un testimone dichiara di aver visto un’auto dei carabinieri davanti allo stabile intorno alle 4 del mattino, molto prima del ritrovamento ufficiale del corpo. Le indagini si concentrano su due poliziotti che avevano avuto rapporti con Monica, ma il confronto del DNA dà esito negativo.

Le due vittime “sospette” (1983 e 1990)

Molte ricostruzioni estendono la serie di omicidi del Mostro di Modena a dieci casi, includendo due delitti che si sommano così alla sequenza principale.

Filomena Gnasso – 15 novembre 1983, zona Mercato Bestiame (Modena)

  • 43 anni, originaria di Aversa, residente a Modena da anni, Filomena era conosciuta nell’ambiente della prostituzione.
  • Viene trovata morta in via Soratore, zona Mercato Bestiame, uccisa con cinque coltellate. Il caso viene archiviato come regolamento di conti legato al racket.
  • In seguito, molti autori o inchieste, inseriscono Filomena come possibile “prima” vittima della lunga sequenza di femminicidi.

Antonietta Sottosanti – 13 ottobre 1990, Windsor Park (Modena)

  • Anch’essa frequentatrice dell’ambiente della prostituzione, viene trovata morta all’interno di un appartamento ai palazzoni del Windsor Park, dopo un incendio doloso.
  • L’autopsia accerta però che Antonietta è stata soffocata con una calza di nylon in gola e l’incendio sarebbe stato appiccato successivamente per cancellare le tracce e depistare le indagini.
  • Anche questo delitto rimane senza colpevole e, nelle ricostruzioni più ampie, viene conteggiato tra le possibili vittime del Mostro.

Da sinistra in alto: Anna Abruzzese, Anna Maria Palermo, Antonietta Sottosanti, Claudia Santachiara, Donatella Guerra, Fabiana Zuccarini, Filomena Gnasso, Giovanna Marchetti, Marina Balboni, Monica Abate.


Errori, omissioni e criticità nelle indagini

L’impressione generale che emerge da inchieste giornalistiche, saggi e interviste a familiari o investigatori, è quella di una gestione discontinua e spesso superficiale delle indagini:

  • Scene del crimine compromesse o gestite in fretta (come nel caso di Fabiana Zuccarini, con il cadavere spostato rapidamente e un PM che, secondo alcune fonti, non si presenta sul posto).
  • Prove non repertate: i diari di Marina Balboni, pieni di appunti su clienti e spostamenti, restano in casa dei genitori e non vengono acquisiti agli atti.
  • Borsette sistematicamente scomparse in quasi tutti i casi, con la sola eccezione di Anna Maria Palermo; un elemento che sembrerebbe un marchio della stessa mano, ma che non viene mai valorizzato fino in fondo.
  • Il caso Claudia Santachiara vede un nastro d’intervista distrutto (quello di “Telefono Giallo”), con accuse di pressioni politiche mai chiarite del tutto.
  • Sulla vicenda in generale, l’allora sostituto procuratore, poi procuratore capo, Vito Zincani parlerà di abusi di potere, interferenze e indagini sommarie negli anni Novanta.

Questo insieme di elementi alimenterà la sensazione che, se le vittime non fossero state percepite come “vite di serie B”, forse il quadro investigativo sarebbe stato molto diverso.


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Riaperture del fascicolo e sviluppi recenti

Il caso non è mai stato ufficialmente chiuso dal punto di vista della memoria pubblica. Dal punto di vista giudiziario, invece:

  • 1999: un pool della Procura di Modena riapre il fascicolo, cercando collegamenti sistematici tra gli omicidi. Non emergono prove sufficienti per imputare eventuali sospettati. Il Resto del Carlino
  • 2019: un’ulteriore riapertura viene incoraggiata dall’uscita del docufilm “Labbra Blu – il mostro di Modena” (regia di Gabriele Veronesi), che riaccende l’attenzione sui dieci casi irrisolti. Anche questa iniziativa si chiude senza indagati, ma porta a una nuova raccolta e rilettura di documenti.

Le istanze del 2025

Nel 2025 la vicenda torna di nuovo sulle pagine nazionali:

  • La famiglia di Anna Maria Palermo, attraverso l’avvocata Barbara Iannuccelli, chiede formalmente alla Procura di Modena di riaprire il caso, sostenendo che esistano ancora margini per approfondire alcune piste, anche alla luce delle tecniche moderne di analisi del DNA.
  • ANSA e diversi quotidiani riportano l’appello, ricordando in blocco i nomi delle vittime e l’assenza di un colpevole, mentre nuove ricostruzioni (Fanpage, La Stampa, Corrieredimaremma, Poliziapenitenziaria) fanno il punto sui dieci omicidi e sul senso di ingiustizia ancora vivo tra i parenti.

Ad oggi, non risultano persone condannate per la serie di omicidi che la stampa continua a ricondurre al “Mostro di Modena”.


Un solo mostro o più assassini?

Sul piano interpretativo, le posizioni sono ancora divise:

  • Secondo una linea interpretativa, seguita da diverse testate, da Wikipedia e dal docufilm, abbiamo a che fare con un serial killer unico, che colpisce in un arco temporale lungo ma coerente, contro lo stesso tipo di vittime, con metodi ricorrenti e in aree geografiche limitrofe.
  • Altri, invece, sostengono che questa scia di sangue potrebbe essere il risultato di più autori (clienti, spacciatori, figure legate al racket, occasionali “giustizieri” del sottobosco criminale), e che il “Mostro di Modena” sia in parte una costruzione giornalistica utile a dare un nome (e un volto simbolico) a una serie di delitti mai davvero collegati da prove oggettive.
    Il giornale popolare

Perfino alcune fonti istituzionali parlano di un “serial killer forse reale, forse solo ipotizzato”, ma ciò che resta indiscutibile sono i corpi senza giustizia e le famiglie che continuano a chiedere risposte.


Il caso nella cultura di massa

Negli ultimi anni, il Mostro di Modena è uscito dalla sola cronaca locale entrando anche in altri linguaggi:

  • Docufilm “Labbra Blu – il mostro di Modena” (2019) – prodotto da Taiga/Pongo Films, ricostruisce i dieci femminicidi attraverso interviste, documenti d’epoca e una mappatura precisa dei luoghi. Il sito ufficiale elenca e geolocalizza tutte le vittime, da Filomena Gnasso a Monica Abate. Taigafilms
  • Saggio narrativo “Il mostro di Modena. Otto femminicidi ancora irrisolti” di Giovanni Iozzoli (Artestampa, 2020) – un libro inchiesta che ripercorre la vicenda collocandola nel contesto sociale della Modena anni ’80-’90, tra boom economico e periferie invisibili.
  • Romanzo “Il ritorno del mostro di Modena. La prima indagine del commissario Torrisi” di Luigi Guicciardi (2022) – un noir che utilizza il caso reale come sfondo narrativo, mescolando finzione e richiami al cold case.
  • Modena: caccia al mostro” di Franco Ferrini (Shatter, 2025) – opera di taglio giornalistico-investigativo, che aggiorna la cronologia dei fatti alla luce delle riaperture e delle nuove istanze dei familiari.

Perché parlarne ancora oggi

A distanza di decenni, il Mostro di Modena non è solo un enigma criminale, ma soprattutto lo specchio di come una società tratta le persone ai suoi stessi margini

Tutte queste donne, che fossero prostitute abituali, tossicodipendenti o semplicemente giovani ragazze in difficoltà, sono state a lungo percepite come vite di serie B, sacrificabili, corpi che non valeva la pena difendere con la stessa energia riservata ad altri contesti simili.

Ricostruire con precisione questa storia serve, oggi, almeno a tre cose:

  • Mantenere aperto lo spazio della memoria e della giustizia, perché finché questi delitti resteranno senza colpevole, la ferita non potrà dirsi rimarginata.
  • Restituire nome e volto alle vittime, invece di ricordare il solo “mostro”.
  • Mettere in fila gli errori e le omissioni, per evitare che tornino a ripetersi.

Quando chiuderete questa pagina non avrete chiuso la vicenda:
Le donne uccise tra Modena e la sua provincia, continuano a pretendere verità e giustizia.
Finché i loro nomi resteranno nella memoria collettiva e non solo in una cartella di archivio, il Mostro di Modena rimarrà una domanda aperta alla coscienza di tutti.


In memoria di tutte le vite inghiottite dagli orrori ai bordi della strada.

©Mirko Francesconi


Se sei arrivato fin qui, significa che questo caso ti ha colpito almeno quanto ha colpito me.
In questa pagina ho raccolto cronologia, piste ufficiali e ipotesi meno note, nel tentativo di tenere viva la memoria di una storia che rischia di essere dimenticata.


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