Il Collezionista di Ossa

(Della Magliana)

Nota sulla ricostruzione
Questa pagina è una sintesi narrativa basata su fonti aperte: atti e dichiarazioni rese pubbliche dagli inquirenti, articoli di cronaca, approfondimenti televisivi e contributi di medicina legale disponibili al momento della stesura.
Non intende sostituirsi a documenti ufficiali né attribuire responsabilità penali a soggetti determinati. Ogni eventuale riferimento a piste, ipotesi o collegamenti con altri casi va inteso come semplice ricostruzione giornalistica e non come affermazione di verità giudiziarie.
Le finalità sono esclusivamente informative.

© Mirko Francesconi. Elaborato originale. Tutti i diritti riservati.

Un cold case nero nel cuore di Roma

Un canneto in fiamme, un marsupio annerito, uno scheletro…insolito.
Da questi indizi nasce quello che la stampa ha ribattezzato il “Collezionista di ossa della Magliana”: uno dei cold case più inquietanti della cronaca italiana recente, forse l’ultimo vero enigma irrisolto del nostro paese in ordine cronologico.
Un mistero che unisce presunte uccisioni, persone scomparse, resti umani e parentele nascoste.
E un vero rompicapo per gli inquirenti. Infatti:

  • Ad oggi non esiste un colpevole.
  • Non ci sono ricostruzioni certe.
  • Non risulta alcun movente condiviso.

La scomparsa di Libero Ricci

Il punto di partenza ufficiale della storia è una figura concreta: Libero Ricci, pensionato romano, residente nel quartiere della Magliana.
Alla fine di ottobre del 2003, Ricci esce di casa per quella che doveva essere una semplice passeggiata, ma non fa più ritorno.
La famiglia ne denuncia la scomparsa, la vicenda viene segnalata anche in alcune trasmissioni dedicate ai “missing”, ma per anni non emerge nulla di concreto.
Nessun ritrovamento, nessun testimone decisivo, solo il solito buco nero che inghiotte chiunque sparisca in una grande città.

Poi, nel 2007, le cose prendono una piega inquietante…


L’incendio nel canneto e la scoperta del “corpo”

Il 27 luglio 2007, lungo la pista ciclabile della Magliana, in un tratto in cui un canneto sorge tra la vegetazione spontanea, scoppia un incendio.
Come da protocollo i Vigili del Fuoco intervengono per spegnere le fiamme, ed è durante queste operazioni che, in mezzo a quella vegetazione bruciata, viene alla luce qualcosa che lì non dovrebbe affatto esserci: uno scheletro umano ormai annerito, disteso e apparentemente integro.

Poco distante, quasi a completare la scena, viene rinvenuto un marsupio: all’interno ci sono documenti, chiavi e oggetti personali intestati proprio a Libero Ricci, l’anziano scomparso quattro anni prima.
È naturale che, in un primo momento, tutti pensino alla soluzione più semplice: lo scheletro è di Ricci, morto in circostanze ancora da chiarire, abbandonato in quella zona isolata e “ritrovato” solo grazie al caso e all’insolito complice: il fuoco.

Ma la verità, si rivelerà molto più complessa…


Il lavoro dei forensi e lo scheletro-puzzle

Le ossa vengono raccolte e affidate agli specialisti di medicina legale e antropologia forense.
Quello che segue, è un lavoro lento, metodico, quasi chirurgico: ricomporre lo scheletro, analizzare ogni singolo frammento, confrontare età, sesso, tempistiche, DNA.

Quello che emerge ha dell’inquietante:
il corpo trovato nel canneto non appartiene a un solo individuo, ma ad almeno cinque persone diverse!

Gli esperti distinguono gli individui usando sigle tecniche (M1, M2, F1, F2, F3), identificandone sesso, età approssimativa e arco temporale del decesso:

  • M1 – maschio, 40–50 anni, morto nei primi anni 2000.
  • M2 – maschio, 25–40 anni, morto tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90.
  • F1 – femmina, 45–55 anni, morta nei primi anni 2000.
  • F2 – femmina, 20–35 anni, morta tra la prima e la seconda metà degli anni ’90.
  • F3 – femmina, 35–45 anni, morta tra la seconda metà degli anni ’90 e l’inizio del 2000.

In pratica, quello che a prima vista sembrava uno scheletro unico è in realtà una sorta di puzzle anatomico, composto da ossa raccolte nell’arco di quasi vent’anni, appartenenti a tre donne e due uomini.

Lo scenario cambia completamente:
non si tratta più di “un cadavere ritrovato”, ma di un assemblaggio deliberato di resti umani.


La parentela nascosta e l’assenza di Libero Ricci

Le analisi genetiche svelano un altro dettaglio chiave:
una delle donne, indicata come F1, risulta imparentata per linea materna con Libero Ricci.
In altri termini: tra il DNA mitocondriale di F1 e quello dei familiari di Ricci emergono compatibilità tali da indicare un legame di parentela (madre, figlia, nipote o altro rapporto sulla stessa linea familiare).

Al tempo stesso, però, le ossa del pensionato non compaiono nel quadro complessivo come corpo integro: i resti attribuibili direttamente a Ricci, se presenti, sono minimi e non certo sufficienti per parlare di un suo scheletro integro.
E questo basta a far crollare l’ipotesi iniziale.

Quindi:

  • I documenti sono di Libero Ricci.
  • Accanto allo scheletro composito c’è il suo marsupio.
  • Una delle donne “assemblate” è una sua parente.
  • Ma lo scheletro, nel suo insieme, non è lui.

La domanda ovvia diventa:
chi ha portato lì quei resti, e perché ha lasciato proprio i documenti di Ricci?


L’esclusione (parziale) dei cimiteri

In casi come questo, la prima reazione è il pensare a un trafugamento di ossa da cimiteri o sepolture, imputabile a un qualche motivo da accertare successivamente.
Ed è infatti un’ipotesi presa in considerazione, ma gli esami tecnici sollevano altri dubbi:

  • Sulle ossa non emergono segni chiari di provenienza da casse metalliche o da ambienti funerari “classici” (niente tracce significative di zinco e altri metalli tipici delle bare).
  • La disposizione delle stesse, anatomicamente coerente, pur essendo composta da soggetti diversi, suggerisce un minimo di conoscenza dell’anatomia umana e un gesto deliberato di ricomposizione. Di certo, non si tratta di un semplice “scarto” di ossa buttate alla rinfusa.

Questo non esclude in assoluto la provenienza da contesti cimiteriali o da ossari, ma rende il quadro meno lineare:
il “collezionista” potrebbe essersi procurato i resti in modi diversi, con un accesso privilegiato a corpi, ossa o resti in decomposizione, senza lasciare tracce evidenti del passaggio attraverso canali ufficiali.


Le ipotesi sul “Collezionista”

A partire da questi elementi, nel tempo sono state avanzate diverse ipotesi, nessuna delle quali oggi ha avuto un riconoscimento definitivo in sede giudiziaria.

  1. Serial killer “classico”
    L’idea di un serial killer che uccide in anni diversi e poi conserva, sposta e assembla le ossa delle vittime è la più “narrativa”, quella che richiama alla mente i casi internazionali.
    Alcuni articoli e ricostruzioni parlano apertamente di possibile omicida seriale, ma chi ha lavorato alle indagini tende a mantenere un profilo più basso e prudente: le morti dei singoli individui non sono chiarite, e non esiste, ad oggi, una serie di prove che dimostri una mano sola dietro i fatti.
  2. Necrofilo o soggetto con devianza verso i resti umani
    Un’altra ipotesi vede il “collezionista” come qualcuno ossessionato dalle ossa, forse legato ad ambienti sanitari, obitori, strutture con accesso a resti non reclamati.
    In questo scenario, le persone potrebbero anche non essere state tutte uccise da lui: i resti sarebbero stati recuperati in fasi successive e ricomposti secondo una logica solo sua, incomprensibile dall’esterno.
  3. Scenario parapolitico/esoterico/ambienti marginali
    Non mancano suggestioni legate a ambienti criminali, sette, rituali o contesti borderline della Roma degli anni ’80–2000. Tuttavia queste restano, di fatto, ipotesi non suffragate da elementi concreti e, proprio per questo, vanno maneggiate con estrema cautela: utili a comprendere le domande che ci si è posti, ma non a costruire una verità.

In comune, tutte queste letture hanno però un punto:
il gesto di assemblare ossa di cinque individui diversi, in un luogo isolato, accanto ai documenti di una persona scomparsa, non è casuale.
È un’azione che parla di una mente che ha dedicato tempo, accesso e intenzione a questa messa in scena.
E che questa mente appartenga a un assassino seriale, a qualcuno che svolga un impiego che gli consenta l’accesso a resti umani, o a qualcos’altro ancora, resta tuttora senza risposta.


L’archiviazione e il silenzio

Nonostante l’eccezionalità del caso, l’indagine aperta a carico di ignoti per omicidio e occultamento di cadavere, non porta ad alcun nome, per cui, nel 2011, il procedimento viene archiviato in assenza di indizi sufficienti per identificare un autore.
Da quel momento, il fascicolo scivola lentamente nella zona grigia dei casi insoluti: presente negli archivi, ma senza più sviluppi pubblici noti.

Le cinque persone a cui appartengono le ossa, per la giustizia italiana, restano senza identità anagrafica certa.
E il “collezionista”, se esiste come figura unica, sparisce nei recessi da cui era emerso.


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Il Caso di Antonella Ghetti


La ricostruzione 3D e il tentativo di dare un volto alle vittime

A distanza di anni, comunque, il caso non è stato completamente dimenticato:
in tempi recenti, una nuova attenzione mediatica si è riaccesa grazie a un lavoro di ricostruzione 3D del volto di una delle vittime, la già citata F1, la donna imparentata per linea materna con Libero Ricci.

Partendo dal cranio, gli antropologi forensi hanno ricostruito i tratti del volto (che non pubblico per diritti di copyright), creando un’immagine verosimile della donna così come doveva essere in vita. Questa ricostruzione è stata presentata in tv e ripresa dalla stampa, con un appello implicito:
se qualcuno riconosce questo volto – come parente, conoscente, vicina di casa – potrebbe finalmente dare un nome a uno dei cinque frammenti del puzzle.

È un tentativo, semplice e umano, di restituire identità e una storia a chi è stato ridotto a sigla (F1, F2, F3, M1, M2).
Al momento, però, non risulta che questa strada abbia portato ad alcuna identificazione definitiva.

Ho cercato anch’io, nel mio piccolo di restituire un volto a F1.
Secondo la mia personale ricostruzione (ipotetica), le parti di scheletro F1 del cosiddetto “collezionista di ossa della Magliana” potrebbero appartenere a una donna con tratti simili a quelli delle immagini seguenti, corrispondenti a diverse possibili età (indicativamente tra i 40 e i 60 anni).
I volti – generati artificialmente – non sono ovviamente collegati a persone reali.
La seguente ricostruzione, infatti, non ha alcun valore probatorio e rappresenta esclusivamente un’ipotesi narrativa/divulgativa.
Ogni eventuale somiglianza con persone reali, vive o defunte, è puramente casuale.


Connessioni possibili e piste aperte

In questo scenario sospeso, il caso del “Collezionista di ossa della Magliana” si aggancia, a livello di curiosità, ad altri grandi misteri italiani.
Alcuni articoli hanno accennato a possibili sovrapposizioni temporali o territoriali con altre scomparse, incluse figure finite, a vario titolo, nel labirinto delle ipotesi intorno alla vicenda di Emanuela Orlandi (pista di Magdalena Chindris).

Sono collegamenti che, per correttezza, vanno indicati come tali:
connessioni ipotetiche, nate dal confronto di date, luoghi e profili, ma lontane dall’essere riconosciute come prove.
Servono a ricordare quanto questo caso si inserisca nel clima più ampio dei misteri romani a cavallo tra gli anni ’80 e 2000, ma nulla più.


Un enigma recente nel panorama dei cold case italiani

Se guardiamo alle cronologie della violenza seriale in Italia, il “Collezionista di ossa della Magliana” rappresenta uno degli ultimissimi grandi enigmi irrisolti con una componente di potenziale serialità:

  • Le finestre temporali di morte dei cinque individui arrivano fino ai primi anni 2000.
  • Il ritrovamento avviene nel 2007.
  • L’archiviazione è del 2011.
  • La riaccensione mediatica si spinge fino ai giorni nostri, grazie alle nuove tecniche forensi e alle ricostruzioni 3D.

In sostanza:

Non abbiamo un volto per il collezionista, non abbiamo una verità processuale e non abbiamo nemmeno i nomi certi di tutte le vittime.
Ciò che invece abbiamo, è:

  • Un canneto bruciato sulla riva del Tevere.
  • Un vecchio marsupio contenente i documenti di un uomo scomparso.
  • Uno scheletro ricostruito come un mosaico di vite diverse.

Il resto è silenzio.
Un silenzio che, come in tutti i veri cold case, può significare due cose:
o il tempo ha sepolto definitivamente ogni traccia…
Oppure, da qualche parte, qualcuno sa ma non ha ancora parlato.


Fonti:

Testo ricostruito a partire da:

  • Voce «Collezionista di ossa della Magliana», enciclopedia online (scheda completa su ritrovamento, composizione dei resti M1–M2–F1–F2–F3, arco temporale dei decessi e ipotesi investigative). Wikipedia
  • Articolo di Fabrizio Peronaci, Corriere della Sera – cronaca di Roma, “Collezionista di ossa della Magliana, giallo riaperto: ecco il volto in 3D ricostruito dal teschio trovato in riva al Tevere” (sulla ricostruzione 3D di F1 e la riapertura mediatica del caso). Corriere Roma
  • Scheda e servizi di “Chi l’ha visto?” dedicati a Libero Ricci e al “pensionato scomparso e allo scheletro fatto con le ossa di altre cinque persone” (cronologia della scomparsa, ritrovamento nel canneto, sviluppo delle indagini). Chi l’ha visto
  • Articolo “Il collezionista di ossa della Magliana” sul sito della Polizia Penitenziaria (dettagli biografici su Libero Ricci, via Luigi Rava, ricostruzione generale del caso). Polizia Penitenziaria
  • Approfondimenti successivi:
    • RomaIT, “Il collezionista di ossa, il mistero dei resti trovati alla Magliana”; RomaIT
    • Zaffiro Magazine, “Il caso del collezionista di ossa della Magliana”; Zaffiro Magazine Giornale Online
    • Ticinolive, “Quando a Roma fu trovato uno scheletro fatto con le ossa di 5 persone diverse”; Ticinolive
    • Il Giornale, “Il caso Orlandi e la pista del ‘collezionista di ossa’ della Magliana: la pista di Magdalena Chindris”; ilGiornale.it
    • Rubrica “Elisa True Crime racconta”, La Stampa, “La Magliana, il mistero del collezionista di ossa e quel puzzle senza soluzione” (sintesi divulgativa aggiornata del caso). La Stampa

©Mirko Francesconi


Se sei arrivato fin qui, significa che questo caso ti ha colpito almeno quanto ha colpito me.
In questa pagina ho raccolto cronologia, piste ufficiali e ipotesi meno note, nel tentativo di tenere viva la memoria di una storia che rischia di essere dimenticata.


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