Nostalgia: istruzioni senza pretese ed acquisizione delle regole base
La nostalgia è un luogo in cui il passato non muore. Si deforma, respira e continua a chiamarci per ciò che abbiamo vissuto, perduto o, a volte, solo immaginato.
© Mirko Francesconi. Brano originale. Tutti i diritti riservati.

La nostalgia…
Guarda al passato o inventa ciò che non è mai esistito?
Forse fa entrambe le cose. Ma non certo con la freddezza di un ipotetico addetto all’archivio delle esperienze personali. La nostalgia non consulta il passato come un registro comunale, così come non apre cassetti con interni in ordine e plichi ben suddivisi. Non filtra neppure ciò che è stato e spesso elimina il criterio.
Lei entra, insinuandosi subdola, dove percepisce ancora segnali. Raccoglie un qualcosa rimasto in sospeso, e da lì comincia a lavorare.
A volte a logorare.
Ecco uno di quei momenti fatti di attimi.
Attimi irrequieti, raminghi come il mio frequente incedere, assorto tra le stradine plumbee di questo paese assopito e monocromatico.
Lungo la strada c’era una serranda divelta, con l’interno spento, sterile e perso nel tempo.
– Non mi scrutare, uomo, passa oltre -, sembrava intimarmi.
– Certo, mi faccio i cazzi miei, io! –
Proseguendo, scorsi un locale. Era giù, in fondo al vicolo, con l’insegna stanca e i vetri gialli di fumo. Credo fosse più un raccoglitore di anime a quell’ora.
Gli spilli sottili che stuzzicavano e bagnavano il viso, mi convinsero.
L’uscio cigolò in avanti e uno sbuffo caldo, stantio, arrivò alle narici.
Che potevo dire? – Permesso? –
Erano notti che non lo richiedevano. Ti prendevano per il bavero e ti portavano dove volevano.
Dentro ogni cosa.
Il passato?
Esiste, certo.
Il passato ha avuto date, luoghi e strade. Il passato ritorna, si affaccia spesso sul presente, si diverte a farci visita nei momenti più incredibili, più imbarazzanti, più inopportuni o più tranquilli. Lo fa pure allietando o disturbando sonno e sogni, ma quando torna con un fardello nostalgico, non si ripresenta mai integro. Rientra deformato dalle distanze, dal dolore o dalla speranza, dal desiderio che cresce con gli anni. Ciò che è stato si mescola a ciò che avremmo voluto fosse: una parte viene dalla memoria, l’altra dai nostri bisogni.
All’interno c’erano tre tavoli vuoti e un bancone vecchio con sopra una bottiglia di brandy aperta, e un posacenere pieno di rimasugli grigi che olezzava di nicotina.
E poi un odore inconfondibile: quello della pelle che matura nei cappotti umidi. E un aroma di Virginia, che pareva essere stato consumato di recente. E di legno impregnato di vita randagia.
Mi sedetti.
Sul mio tavolo, accanto a un bicchiere lasciato mezzo pieno, o mezzo vuoto, c’era un libro consumato. Nero.
“Lettere”, era il titolo.
Dante e Beatrice.
L’esempio per eccellenza.
Se ne stanno ancora lì, come monito iconico dalle sfumature crudeli.
La Bea, ragazza ignara del divenire, che Dante incrocia ben prima del ‘mezzo del cammin…’ e più che altro contempla e osserva. L’amor platonico che riflette sporadici incontri e scambi di sguardi, forse manco consenzienti. Forse.
Quanta bellezza Beatrice, e quali rimpianti!
Una tal pena da trasformarne l’ideologia rendendola parte integrante della propria esistenza.
Una trascendenza che scivola in principio spirituale, guida, luce e vertice assoluto del percorso interiore. Il sentimento originario che viene falsato per essere elevato e ampliato, portato oltre la mera realtà, così parsimoniosa nell’elargire le emozioni desiderate.
E allora chissenefrega, lei diventa figura assoluta. “Ce la faccio diventare!”
Lei diventa amore, giovinezza, salvezza e memoria.
Inconsapevole.
Non lo aprii, mi bastava vederlo: ingiallito, anziano e custode silenzioso.
Però lo sfiorai. Era un punto nell’universo, come qualsiasi altra cosa, ma mi focalizzai.
Lo percepivo come il fulcro di un continuo divenire che, tranne in quell’istante, avrebbe continuato a mutare intorno a sé, come già stava facendo prima che lo realizzassi.
Una goccia di infinito.
E’ ancora là…e ancora si trasforma.
Mi scappa da ridere. La mia solita follia. O una diversa forma di saggezza?
La nostalgia del tempo.
L’infanzia, l’adolescenza, la prima età adulta; la confusione di allora e il desiderio ciclico di riottenerla. Segnali e sensazioni che riaffiorano in un’estate, un animale, una casa, un paese, una qualsiasi cosa che è spesso una versione precedente di sé stessi.
Questo quando si rimugina su ciò che è stato. A volte però un passo è rimasto nella gamba. E allora è proprio lì, in un’alternativa, in una vita diversa o un amore mancato, in una scelta mai compiuta, in una partenza rimandata o una frase trattenuta, che la nostalgia inventa e genera rielaborazioni del reale. Perché quella stronza non crea nulla dal nulla: ricama sulle tracce. A volte tracce povere e minime, quasi ridicole.
Eppure bastano.
L’oste di quella spelonca, manco mi guardava.
Continuava a passare un panno umido in modo compulsivo; lo faceva come a compiere un gesto solenne, imparato chissà in quale epoca antica.
Scorsi un sigaro a terra. Pensai che quella dovesse essere proprio una bella botta di culo.
Già, lo raccolsi intenzionato a fumarlo, e allora? Che me ne importava!
L’oste mi comparve accanto porgendomi un vecchio fiammifero che ammirai accendersi tra gli sfrigolii di pennacchi sulfurei.
La nebbia mi invase.
Fu il profumo di un’immagine già sbiadita e quasi eterea.
E la nostalgia dei sensi?
Forse è la più potente. Gli odori sono feroci. Un profumo può aprire porte murate da decenni. La pioggia sull’asfalto, una cantina, il tabacco, l’odore della pelle di una persona speciale, il profumo del pane, la polvere sui libri, l’erba tagliata, il mare…
Ogni odore porta con sé una geografia segreta che non serve ricordare: il corpo arriva prima della mente.
E poi ci sono colori, armonie, paesaggi, luci, gradazioni.
L’inverno visto da una finestra. La luce ocra di una stanza. Il blu delle sere estive. Una strada bagnata dalla pioggia.
Tutto può essere richiamo, perché la nostalgia non sceglie secondo importanza, ma ascolta l’intensità.
Il fumo salì lento, senza alcuna fretta, mentre fuori, nel vicolo, qualcuno passava curvo sotto la pioggia sottile.
Un colpo di tosse, echi, rumori soffusi che erano destinati a perdersi subito.
Eppure sono rimasti.
Resistono. Trascendono.
Nel muro. Nel bicchiere. Nella pelle e nei cappotti. In quegli aromi che fermarono gli attimi. Così come persiste l’odore del fumo quando le braci muoiono.
Così si sopravvive al tempo: lasciandogli qualcosa.
Immagini, attimi intrisi di vissuto.
Così il passato continua a muoversi. Come? Non resta certo fermo dietro di noi come una fotografia appesa. Questo è ciò che siamo abituati a pensare, ma non è così. Il passato muta insieme a chi lo ricorda. L’età modifica ciò che è stato, ma che avremmo voluto fosse, e ricrea il bello che abbiamo lasciato là. Un volto dimenticato può tornare più vivo di quelli visti ogni giorno.
La nostalgia scava nel passato con la voglia di riviverlo, per questo lo altera, lo carica e a volte pure lo tradisce.
Un tradimento che è paradosso ed evolve in verità emotiva: ci ricorda in modo lampante cosa abbiamo perduto, cosa abbiamo desiderato e cosa ancora ci manca davvero.
E proprio per questo continua a chiamare.
Quanto tempo.
La bottiglia è ancora aperta e il brandy evapora.
Un altro sigaro è quasi consumato.
Lunga e suadente è la notte.
Reminiscenze.
Esco sul vicolo desolato, tra i rigagnoli d’acqua che precipitano nei visceri della città.
Un morso del freddo mi provoca un brivido.
Dietro, nel locale, la luce è tenue.
Sembra sul punto di spegnersi.
Ma non lo fa.
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